Sobre la recitación del Corán

El Corán es el cordón umbilical de Allah, y su luz evidenciadora, el nudo firme, el cobijo suficiente, y es el océano en el que cabe lo poco y lo mucho, lo pequeño y lo grande.
Sus maravillas no tienen fin ni se acaban las sorpresas que encierra.
Las gentes del saber han declarado no poder abarcar el total del provecho que se puede sacar de él, y sus lectores han dado fe de que su repetición incesante no aburre ni agobia al corazón.
Allah ha dicho en su Libro: “Hemos revelado el Recuerdo, y lo protegemos”.
Ibn Mas‘ûd dijo: “El Corán ha sido revelado a los seres humanos para que actúen conforme a él, pero los hombres han convertido su estudio en la única relación que tienen con el Libro. Los hay que son capaces de recitarlo desde el principio hasta el final de memoria sin olvidar una letra, pero han olvidado actuar conforme a sus enseñanzas”.

Se ha contado que Allah ha dicho: “¿No te avergüenzas de que te entreguen una carta de alguno de tus hermanos mientras caminas y entonces te alegras y te sientas en el primer lugar y la lees con atención y repites su lectura mientras que cuando te llega la carta que Yo te envío le vuelves la espalda? ¿Soy Yo menos para ti que tu hermano? Cuando se te acerca tu amigo vuelves hacia él el rostro y le sonríes y escuchas con atención sus palabras, y si algo quisiera interrumpir vuestra conversación lo apartas. Heme aquí que te dirijo mis palabras y todo te entretiene y dispersa, y no pones tu corazón en atenderme. ¿Soy Yo para tí menos que tu amigo?”.

Extraído de “Recopilación de hadices y sentencias de Sabios” (Al-Gazzâli)

– Artículo*: Sabiduria Sufi –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –

Anuncios

Ajahn Brahmal-El Aferramiento a lo Virtuoso.SubEsp

Si uno no se aferra un poco a los 5 preceptos,
Si como monje uno no se aferra un poco a los propios preceptos de monje, uno no los mantendría porque necesitan ser sustentados,
no son naturales para nosotros todavía

Si uno los descuida completamente, uno cae en las antiguas tendencias que uno tenía anteriormente

Cuando uno ve el óctuple noble camino, el entrenamiento gradual
Todos estos esquemas para como practicar están todos fundados en una sola cosa, siempre fundado sobre “Sila” (ética, moralidad)

– Artículo*: samsaraexit –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –

Guénon René, Considerazioni sull’Iniziazione – XXIV – La preghiera e l’incantazione

Guénon René

Considerazioni sull’Iniziazione

XXV – Sulle prove iniziatiche

Affronteremo ora la questione di quelle che vengono chiamate le «prove» iniziatiche, le quali in fondo non sono che un caso particolare dei riti di questo tipo, ma un caso abbastanza importante perché meriti di essere trattato a parte, tanto più che anch’esso dà luogo a non poche concezioni sbagliate; la parola stessa «prove», di cui ci si serve sotto molteplici significati, entra probabilmente per qualcosa in questi equivoci, a meno che, forse, alcune delle accezioni che ha assunto correntemente non derivino già da precedenti confusioni, cosa che è del pari possibilissima.

In effetti non si capisce bene per qual ragione si dia comunemente il nome di «prova» a qualsiasi accadimento doloroso, né perché di qualcuno che soffre si dica che è «provato»; è difficile vedere in un fatto del genere qualcosa di diverso da un semplice abuso di linguaggio, di cui potrebbe non essere senza interesse ricercare l’origine. Comunque stiano le cose, quest’idea comune delle «prove della vita» esiste, anche se non corrisponde a niente di ben definito, ed è quella che più di ogni altra ha fatto nascere certe false assimilazioni al riguardo delle prove iniziatiche, al punto di indurre qualcuno a vedere in queste ultime null’altro che un’immagine simbolica delle prime, cosa che, per uno strano rovesciamento delle cose, farebbe pensare che sono i fatti della vita umana esteriore ad avere un valore effettivo e a contare veramente dallo stesso punto di vista iniziatico. Se così fosse, le cose sarebbero veramente troppo semplici, e di conseguenza tutti gli uomini sarebbero, senza che lo sospettino, candidati all’iniziazione; basterebbe a ognuno aver incontrato e superato qualche circostanza difficile – cosa che accade più o meno a tutti – per ottenere tale iniziazione, di cui d’altronde sarebbe ben difficile dire da chi e in base a cosa sarebbe stata conferita. Crediamo di aver già detto abbastanza sulla vera natura dell’iniziazione per non dover insistere sull’assurdità di conseguenze simili; la verità è che la «vita ordinaria», come si intende oggi, non ha assolutamente nulla a che vedere con la sfera iniziatica, dal momento che corrisponde a una concezione totalmente profana; e se, al contrario, si guardasse alla vita umana secondo una concezione tradizionale e normale, si potrebbe dire che è essa che può essere assunta come simbolo, e non l’inverso.

Quest’ultimo punto merita che su di esso ci si soffermi un momento: è noto che il simbolo deve sempre appartenere a un ordine di realtà inferiore rispetto a ciò che viene simboleggiato (cosa che – è bene ricordarlo di sfuggita – basta per demolire tutte le interpretazioni «naturalistiche» immaginate dai moderni); le realtà della sfera corporea, poiché sono quelle dell’ordine più basso e più ristrettamente limitato, non potranno perciò essere simboleggiate da checchessia, e inoltre non lo necessitano affatto, dal momento che sono direttamente e immediatamente afferrabili da tutti. Per contro, qualsiasi avvenimento o fenomeno, per quanto insignificante, potrà sempre, a motivo della corrispondenza esistente tra tutti gli ordini di realtà, essere assunto come simbolo di una realtà di ordine superiore, della quale è in certo qual modo un’espressione sensibile, per la ragione stessa che esso ne procede come una conseguenza procede dal suo principio; e a tale titolo – per quanto possa in se stesso essere privo di valore e di interesse – potrà presentare un significato profondo per chi sia capace di vedere al di là delle apparenze immediate. Si tratterà di una trasposizione il cui risultato non avrà evidentemente più nulla in comune con la «vita ordinaria», né con la vita esteriore qualunque sia il modo in cui la si consideri, e questa avrà semplicemente fornito il punto d’appoggio che permetterà, a un essere dotato di speciali attitudini, di uscire dalle sue limitazioni; e tale punto d’appoggio – insistiamo su questo fatto – potrà essere del tutto qualunque, poiché quella che ha rilievo qui è la natura propria dell’essere che se ne servirà. Di conseguenza, e ciò ci riporta all’idea comune delle «prove», non è affatto impossibile che la sofferenza sia, in determinati casi particolari, l’occasione o il punto di partenza di uno sviluppo di possibilità latenti, ma questo esattamente come qualsiasi altra cosa può esserlo in altri casi; intendiamo dire un’occasione, e nulla più; e questo non può autorizzare ad attribuire alla sofferenza in sé nessuna speciale virtù che la privilegi, a onta di tutte le declamazioni che si profondono sull’argomento. Notiamo inoltre che questo ruolo assolutamente contingente e accidentale della sofferenza, quand’anche – come da noi fatto – ricondotto nelle sue giuste proporzioni, è certamente molto più ridotto in campo iniziatico che in certe altre «realizzazioni» di carattere più esteriore; è soprattutto nei mistici che esso diventa in certo qual modo abituale e sembra assumere un’importanza di fatto che può trarre in inganno (e – ovviamente – gli stessi mistici per primi), cosa che senza dubbio si spiega, per lo meno in parte, con considerazioni di natura specificamente religiosa[1]. C’è da aggiungere, inoltre, che la psicologia profana ha sicuramente contribuito per la sua parte a diffondere su questo tema le idee più confuse e più sbagliate; ma a ogni buon conto, si tratti di semplice psicologia oppure di misticismo, queste sono cose che non hanno assolutamente niente in comune con l’iniziazione.

Chiarito così l’argomento, ci resta ancora da indicare la spiegazione di un fatto che potrebbe sembrare, agli occhi di qualcuno, capace di provocare un’obiezione: quantunque le circostanze difficili o dolorose siano per certo, come dicevamo poco fa, comuni alla vita di tutti gli uomini, capita piuttosto di frequente che coloro che seguono una via iniziatica le vedano moltiplicarsi in modo insolito. Questo fatto è, assai semplicemente, dovuto a una sorta di ostilità inconsapevole dell’ambiente, ostilità a cui abbiamo già avuto modo di fare allusione in precedenza: sembra che questo mondo, intendiamo l’insieme degli esseri e delle cose stesse che costituiscono l’ambito dell’esistenza individuale, si sforzi in tutti i modi di trattenere chi stia accingendosi a sfuggirgli; reazioni simili tutto sommato sono perfettamente normali e comprensibili, e per quanto possano essere sgradevoli non è certamente il caso di stupirsene. Si tratta propriamente solo di ostacoli suscitati da forze ostili, e niente affatto, come sembra che talvolta qualcuno pensi a torto, di «prove» volute e imposte dalle potenze che presiedono all’iniziazione; bisogna finirla una volta per tutte con le favole di questo genere, sicuramente molto più prossime alle fantasticherie occultistiche che non alle realtà iniziatiche.

Quelle che vengono chiamate prove iniziatiche sono qualcosa di completamente diverso, e ci basteranno poche parole per metter fine a ogni equivoco in modo radicale: esse sono essenzialmente dei riti, cosa che le sedicenti «prove della vita» evidentemente non sono in nessun modo; né esse potrebbero esistere se non avessero tale carattere rituale, o essere sostituite da qualcosa che non possieda questo stesso carattere. Si può vedere subito, da quanto diciamo, come gli aspetti sui quali si insiste di più siano in realtà del tutto secondari: se queste prove fossero veramente destinate, secondo la nozione più «semplicistica» che si ha di esse, a far emergere se un candidato all’iniziazione possiede le qualità richieste, si sarà d’accordo che esse sarebbero alquanto prive di efficacia, ed è facile capire come coloro che si adeguano a questo modo di vedere siano tentati di giudicarle senza valore; sennonché, normalmente, chi sia stato ammesso a subirle deve già esser stato, con altri mezzi più adeguati, riconosciuto «bene e debitamente qualificato»[2]; bisogna perciò che si tratti di qualcosa di totalmente diverso. Si potrebbe dire, allora, che tali prove costituiscano un insegnamento dato in forma simbolica, e destinato a essere meditato in seguito; ciò è verissimo, ma potrebbe esser detto di qualsiasi altro rito, poiché tutti essi, come abbiamo affermato in precedenza, hanno in comune questo carattere simbolico, e conseguentemente un significato che tocca a ciascuno approfondire nella misura delle sue proprie capacità. La ragion d’essere essenziale del rito – come abbiamo spiegato in primo luogo – è l’efficacia che è legata a esso; questa efficacia è del resto – ovviamente – in diretto rapporto con il significato simbolico incluso nella sua forma, ma è ciò nondimeno indipendente da una comprensione attuale di tale senso in coloro che prendono parte al rito. È perciò opportuno porsi innanzi tutto da tale punto di vista dell’efficacia diretta del rito; il resto, quale ne sia l’importanza, non può venire che in secondo luogo, e tutto quel che abbiamo detto finora è sufficientemente esplicito a tal proposito da dispensarci di dilungarci ulteriormente.

Per maggior precisione diremo che le prove sono riti preliminari o propedeutici all’iniziazione vera e propria; esse ne costituiscono il preambolo necessario, per modo che l’iniziazione è in qualche modo la loro conclusione o il loro risultato finale immediato. Occorre osservare che esse rivestono spesso la forma di «viaggi» simbolici; questo punto, però, lo rileviamo soltanto di passata, perché non possiamo pensare di diffonderci qui sul simbolismo del viaggio in generale, e diremo solo che – sotto questo aspetto – le prove si presentano come una «ricerca» (o meglio una «cerca»[3], come si diceva nel linguaggio del medioevo) che conduce l’essere dalle «tenebre» del mondo profano alla «luce» iniziatica; sennonché tale forma, che sotto questo aspetto è autoesplicativa, è però in qualche modo solo accessoria, per quanto appropriata sia alla realtà che è in questione. In fondo, le prove sono essenzialmente dei riti di purificazione; ed è questo che fornisce la vera spiegazione della stessa parola «prove» che qui assume perciò un significato prettamente «alchemico», ben lontano dunque dal significato comune che ha dato origine agli errori da noi segnalati. Ora, quel che importa per conoscere il principio fondamentale del rito, è il prender atto che la purificazione avviene attraverso gli «elementi», nel senso cosmologico del termine, e il motivo di ciò può esser molto facilmente espresso in poche parole: chi dice elemento dice semplice, e chi dice semplice dice incorruttibile. Conseguentemente, la purificazione rituale avrà sempre come «supporto» materiale i corpi che simboleggiano gli elementi e ne portano le denominazioni (giacché deve esser ben compreso che gli elementi in sé non sono assolutamente i corpi ritenuti «semplici» – cosa che sarebbe del resto una contraddizione –, ma ciò a partire da cui tutti i corpi sono formati), o per lo meno uno di questi corpi; e ciò riceve parimenti applicazione in campo tradizionale exoterico, in particolare per quel che riguarda i riti religiosi, nei quali tale modo di purificazione è adottato non solo per gli esseri umani, ma altresì per altri esseri viventi, per oggetti inanimati e per luoghi o edifici. Se l’acqua sembra in questo caso rivestire un ruolo preminente nei confronti degli altri corpi presi per rappresentare gli elementi, bisogna dire che questo ruolo non è però esclusivo; forse si potrebbe spiegare tale preponderanza osservando che l’acqua è inoltre, in tutte le tradizioni, più particolarmente il simbolo della «sostanza universale». Comunque sia, è quasi inutile dire che i riti in questione, lustrazioni, abluzioni o aventi altre forme (compreso il rito cristiano del battesimo, riguardo al quale abbiamo già indicato che rientra anch’esso in tale categoria), non hanno assolutamente – alla stregua dei digiuni, anch’essi di carattere rituale, o del divieto di determinati alimenti – nulla a che vedere con prescrizioni di igiene o di pulizia corporale, secondo la concezione insipiente di taluni moderni che, intendendo per partito preso ricondurre ogni cosa a una spiegazione puramente umana, paiono compiacersi nello scegliere sempre l’interpretazione più grossolana che sia possibile immaginare. È però anche vero che le cosiddette spiegazioni «psicologiche», per quanto abbiano un’apparenza di maggior sottigliezza, non valgono in fondo di più; tutte trascurano similmente di tener conto della sola cosa che in realtà conti, vale a dire che l’azione effettiva dei riti non è né una «credenza» né un concetto teorico, ma un fatto positivo.

Si può ora capire perché, quando le prove rivestono la forma di «viaggi» successivi, questi ultimi siano messi rispettivamente in rapporto con i diversi elementi; e ci rimane soltanto da indicare in qual senso, dal punto di vista iniziatico, il termine «purificazione» deve essere compreso. Ciò a cui si mira è riportare l’essere a uno stato di semplicità indifferenziata, paragonabile, come abbiamo detto in precedenza, a quello della materia prima (intesa qui naturalmente in senso relativo), acciocché esso sia atto a ricevere la vibrazione del Fiat Lux iniziatico; occorre che l’influenza spirituale, la cui trasmissione gli conferirà tale prima «illuminazione», non incontri in lui nessun ostacolo dovuto a «preformazioni» disarmoniche provenienti dal mondo profano[4]; è questa la ragione per cui egli deve essere preventivamente ridotto a tale stato di materia prima, e ciò – se ci si vuol riflettere un istante – fa vedere con sufficiente chiarezza come il processo iniziatico e la «Grande Opera» ermetica siano in realtà una sola e stessa cosa: la conquista della Luce divina che è l’essenza unica di ogni spiritualità.

[1] Sarebbe però forse il caso di chiedersi se questa esaltazione della sofferenza sia veramente connaturata con la forma particolare della tradizione cristiana, o non le sia piuttosto stata «sovraimposta» in qualche modo dalle tendenze naturali del temperamento occidentale.

[2] Si veda, a proposito di questa espressione tradizionale, quanto abbiamo detto alla nota 2 di p. 42. [N.d.T.]

[3] «Queste», in francese. [N.d.T.]

[4] La purificazione è perciò anche – sotto questo aspetto – ciò che in linguaggio kabbalistico si direbbe una «dissoluzione delle scorze»; in relazione con questo punto abbiamo similmente segnalato in altra sede il significato simbolico dello «spogliamento dai metalli» (Cfr. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXII).

ScienzaSacra

– Artículo*: Pietro –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –

La creatividad tiene un efecto directo en el aumento el rendimiento escolar — Noticias de la Ciencia y la Tecnología (Amazings® / NCYT®)

Saber cuáles son los factores que influyen en el rendimiento escolar resulta clave para la elaboración de planes de estudio que puedan aprovechar de la mejor forma el rendimiento de los alumnos. Para ayudar a diseñar propuestas de intervención educativa acordes a las necesidades de cada…

– Artículo*: –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –

X – Laisser les portes du ciel s’ouvrir et se fermer – Philosophia Perennis

Arthur Waley
Can you keep the unquiet physical-soul from straying, Hold fast to the Unity, and never quit it ? Can you, when concentrating your breath, Make it soft like that of a little child ? Can you wipe and cleanse your vision of the Mystery till all is without blur ? Can you love the people and rule the land, Yet remain unknown ? Can you in opening and shutting the heavenly gates play always the female part ? Can your mind penetrate every corner of the land, But you yourself never (…)

– Tao Te Ching / Laotseu / Laozi, Mitchell, Tao, Tao Te Ching, desapego / desprendimento / détachement / apatheia, l’unité

– Artículo*: Cardoso de Castro –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –

IX – Aucun extrême ne peut être maintenu – Philosophia Perennis

Arthur Waley
Stretch a bow to the very full, And you will wish you had stopped in time ; Temper a sword-edge to its very sharpest, And you will find it soon grows dull. When bronze and jade fill your hall. It can no longer be guarded. Wealth and place breed insolence. That brings ruin in its train. When your work is done, then withdraw ! Such is Heaven’s Way.
Léon Wieger
A. Tenir un vase plein, sans que rien découle, est impossible ; mieux eût valu ne pas le remplir. Conserver une (…)

– Tao Te Ching / Laotseu / Laozi, Mitchell, Tao, Tao Te Ching, Arthur Waley, Matgioi, Léon Wieger, Giorgio Sinedino, desapego / desprendimento / détachement / apatheia, sophrosyne / modération / moderação / moderation / moderación

– Artículo*: Cardoso de Castro –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –

Formación de galaxias en un universo magnético | Imagen astronomía diaria – Observatorio

¿Como hemos llegado aquí? Sabemos que vivimos en un planeta que orbita una estrella que orbita una galaxia, pero ¿cómo se formó todo esto? Para comprender mejor los detalles, los astrofísicos actualizaron la famosa Illustris Simulation en IllustrisTNG, actualmente el modelo informático más sofisticado de cómo evolucionaron las galaxias.
Este vídeo, en concreto, hace un seguimiento de los campos magnéticos desde el primer Universo (corrimiento al rojo 5) hasta la actualidad (desplazamiento hacia el rojo 0). Aquí el azul representa los campos magnéticos relativamente débiles, mientras que el blanco representa los intensos. Estos campos B están muy relacionados con las galaxias y los cúmulos galácticos. Cuando comienza la simulación, una cámara virtual rodea el universo virtual ilustrado TNG y muestra una región joven (de 30 millones de años luz de diámetro) que es bastante filamentosa. La gravedad hace que las galaxias se formen y se fusionen a medida que el Universo se expande y evoluciona. Al final, el universo simulado IllustrisTNG encaja estadísticamente bastante bien con el actual Universo real, aunque surgen algunas diferencias interesantes como una discrepancia relacionada con la energía en ondas de radio emitida por partículas cargadas que se mueven rápidamente.

– Artículo*: Alex Dantart –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –

Rodrigo Rodríguez hace un recorrido por el legado musical de Japón « MusicaAntigua.com

The Classical Music Legacy of Japan es el nuevo lanzamiento discográfico del artista Rodrigo Rodríguez, un intérprete que ha dedicado su carrera al estudio en profundidad de un instrumento característico de la música antigua nipona: el shakuhachi. Esta obra pasa a engrosar una discografía en torno a las posibilidades sonoras de esta flauta de bambú entre las que destacan The Road Of Hasekura Tsunenaga (2013), sobre a la figura de un samurai embajador en la España del siglo XVII, y Music For Zen Meditation – Shakuhachi Japanese Flute (2015).

Rodrigo Rodríguez nació en Argentina, pero pasó su juventud en España donde inició sus estudios musicales de guitarra. Pronto su interés por la música tradicional asiática le llevó a viajar a Japón repetidas veces y a aprender la técnica del shakuhachi con el maestro Kakizakai Kaoru en la Escuela International Kenshu-kan.

La flauta shakuhachi es quizá el instrumento más sencillo que existe fuera de los de percusión. Sin llaves, ni lengüeta, como otros instrumentos de viento occidentales, está construida de bambú madake (más duro y resistente que el vulgar) y, a pesar de lo simple de su estructura, es capaz de emitir un completo y complejo abanico melódico que abarca sonidos cautivadores cargados de misterio y embrujo. Está construida de una sola pieza, a diferencia de otras flautas orientales, y consta de cinco agujeros.

El origen de este instrumento hay que buscarlo en China y no es hasta el siglo VIII en que es introducido en Japón. La música de shakuhachi ha estado siempre asociada con la espiritualidad y con el budismo zen, en concreto, con los monjes komuso, una secta fundada en Japón en el siglo XIII.

De acuerdo con el relato del misionero francés Edmond Papinot[1], la secta se creó en China y en 1248 el bonzo Kakushin viajó allí desde Japón para recibir la doctrina, aprendiendo además a tocar el shakuhachi en el templo Gokoku-ji. A su vuelta al archipiélago en 1254, Kakushin se dedicó a recorrer el país predicando y tocando la flauta junto con sus discípulos, uno de los cuales, Komu, dio el nombre genérico a la secta de komuso. Durante la era Tokugawa muchos samurais sin señor se unieron a la secta, portando largos sombreros para no ser reconocidos. Con la restauración Meiji los komuso fueron abolidos.

El trabajo de Rodrigo Rodríguez recoge la tradición de espiritualidad de la música de shakuhachi, unas melodías que invitan a la introspección y al recogimiento. Como muchos otros occidentales antes y después, Rodrigo sufrió con la música japonesa lo que Jay Keister[2] define como una epifanía, “una súbita, trascendental experiencia que altera nuestra forma de percibir el arte y la vida”.

Prosigue Keister describiendo cómo entre los músicos los músicos de shakuhachi occidentales, el interés inicial por el instrumento a menudo surge de una de estas epifanías que, de pronto, alteran la forma en que el individuo percibe y concibe la música. Esta nueva forma de sentir tiene su origen en el encuentro con sonidos extraños, que parecen proceder de otro mundo, de forma que ese exotismo nada familiar es “la base de su poder”, siendo su separación de cualquier significado cultural específico algo que “impulsa su poder espiritual al ser percibido como auténtico y puro”.

El shakuhachi es un instrumento medieval, pero no se ha quedado anclado en la Edad Media nipona. Su recorrido va mucho más allá de la tradición entrando con nombre propio en la música contemporánea, como demuestra el disco The Classical Music Legacy of Japan, que incluye piezas de muy distintos orígenes.

El experto Toru Seyama[3] describe los distintos usos del shakuhachi en la escena japonesa actual:

Interpretación en solitario de piezas clásicas (honkyoku)

Como parte de un conjunto de música tradicional japonesa.

Acompañando las minyou o canciones del folclore japonés.

Acompañando los shigen o poemas clásicos chinos cantados.

Como parte de un conjunto de kayokyoku o música comercial japonesa.

Como parte de grupos de jazz, pop o rock.

En actuaciones de fusión, combinada con otros instrumentos.

En música experimental contemporánea y música por ordenador.

Se demuestra que esta flauta de bambú puede encajar con la misma facilidad en la música de tradición milenaria y en las propuestas más vanguardistas, tal es su versatilidad. Rodrigo Rodríguez ha querido estudiar en su CD distintas posibilidades de este instrumento, de forma que en alguna pieza lo combina con otro instrumento de la tradición nipona, como es el koto, una especie de arpa, y en otras, con la guitarra española, construyendo una texturas sonoras de gran belleza formal.

Además de incluir piezas de compositores japoneses, en esta obra Rodríguez interpreta creaciones propias en coautoría con el también flautista Larry Tyrrell y con el guitarrista Enrique Pastor, contribuyendo de esta manera a aumentar el acervo de música para shakuhachi del siglo XXI. Mención aparte merece la interesante revisión que realiza del Concierto de Aranjuez de Joaquín Rodrigo, que demuestra la capacidad evocadora del sonido de la flauta de bambú.

The Classical Music Legacy of Japan es una obra para disfrutar serenamente, para dejarse llevar por sus sones cautivadores hasta lo más íntimo de nuestro ser y poder meditar con su increíble belleza.

[1] Dictionnaire d’histoire et de géographie du Japon. 1906

[2] Seeking Authentic Experience: Spirituality in Western Appropriation of Asian Music. 2005

[3] The Re-contextualization of the Shakuhachi (Syakuhati) and its Music from Traditional/Classical into Modern/Popular. 1998

Artículos relacionados:

Rodrigo Rodríguez, música medieval japonesa para la meditación El maestro en intérprete de la flauta japonesa shakuhachi Rodrigo…

La flauta shakuhachi de Rodrigo Rodríguez suena en Madrid Tras una gira por Japón, el maestro de shakuhachi Rodrigo…

Rodrigo Rodríguez, el lamento del shakuhachi por el terremoto Hanshin Hoy traemos a este medio un nuevo trabajo del experto…

– Artículo*: Pablo Rodríguez Canfranc –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –

Rodrigo Rodríguez hace un recorrido por el legado musical de Japón « MusicaAntigua.com

The Classical Music Legacy of Japan es el nuevo lanzamiento discográfico del artista Rodrigo Rodríguez, un intérprete que ha dedicado su carrera al estudio en profundidad de un instrumento característico de la música antigua nipona: el shakuhachi. Esta obra pasa a engrosar una discografía en torno a las posibilidades sonoras de esta flauta de bambú entre las que destacan The Road Of Hasekura Tsunenaga (2013), sobre a la figura de un samurai embajador en la España del siglo XVII, y Music For Zen Meditation – Shakuhachi Japanese Flute (2015).

Rodrigo Rodríguez nació en Argentina, pero pasó su juventud en España donde inició sus estudios musicales de guitarra. Pronto su interés por la música tradicional asiática le llevó a viajar a Japón repetidas veces y a aprender la técnica del shakuhachi con el maestro Kakizakai Kaoru en la Escuela International Kenshu-kan.

La flauta shakuhachi es quizá el instrumento más sencillo que existe fuera de los de percusión. Sin llaves, ni lengüeta, como otros instrumentos de viento occidentales, está construida de bambú madake (más duro y resistente que el vulgar) y, a pesar de lo simple de su estructura, es capaz de emitir un completo y complejo abanico melódico que abarca sonidos cautivadores cargados de misterio y embrujo. Está construida de una sola pieza, a diferencia de otras flautas orientales, y consta de cinco agujeros.

El origen de este instrumento hay que buscarlo en China y no es hasta el siglo VIII en que es introducido en Japón. La música de shakuhachi ha estado siempre asociada con la espiritualidad y con el budismo zen, en concreto, con los monjes komuso, una secta fundada en Japón en el siglo XIII.

De acuerdo con el relato del misionero francés Edmond Papinot[1], la secta se creó en China y en 1248 el bonzo Kakushin viajó allí desde Japón para recibir la doctrina, aprendiendo además a tocar el shakuhachi en el templo Gokoku-ji. A su vuelta al archipiélago en 1254, Kakushin se dedicó a recorrer el país predicando y tocando la flauta junto con sus discípulos, uno de los cuales, Komu, dio el nombre genérico a la secta de komuso. Durante la era Tokugawa muchos samurais sin señor se unieron a la secta, portando largos sombreros para no ser reconocidos. Con la restauración Meiji los komuso fueron abolidos.

El trabajo de Rodrigo Rodríguez recoge la tradición de espiritualidad de la música de shakuhachi, unas melodías que invitan a la introspección y al recogimiento. Como muchos otros occidentales antes y después, Rodrigo sufrió con la música japonesa lo que Jay Keister[2] define como una epifanía, “una súbita, trascendental experiencia que altera nuestra forma de percibir el arte y la vida”.

Prosigue Keister describiendo cómo entre los músicos los músicos de shakuhachi occidentales, el interés inicial por el instrumento a menudo surge de una de estas epifanías que, de pronto, alteran la forma en que el individuo percibe y concibe la música. Esta nueva forma de sentir tiene su origen en el encuentro con sonidos extraños, que parecen proceder de otro mundo, de forma que ese exotismo nada familiar es “la base de su poder”, siendo su separación de cualquier significado cultural específico algo que “impulsa su poder espiritual al ser percibido como auténtico y puro”.

El shakuhachi es un instrumento medieval, pero no se ha quedado anclado en la Edad Media nipona. Su recorrido va mucho más allá de la tradición entrando con nombre propio en la música contemporánea, como demuestra el disco The Classical Music Legacy of Japan, que incluye piezas de muy distintos orígenes.

El experto Toru Seyama[3] describe los distintos usos del shakuhachi en la escena japonesa actual:

Interpretación en solitario de piezas clásicas (honkyoku)

Como parte de un conjunto de música tradicional japonesa.

Acompañando las minyou o canciones del folclore japonés.

Acompañando los shigen o poemas clásicos chinos cantados.

Como parte de un conjunto de kayokyoku o música comercial japonesa.

Como parte de grupos de jazz, pop o rock.

En actuaciones de fusión, combinada con otros instrumentos.

En música experimental contemporánea y música por ordenador.

Se demuestra que esta flauta de bambú puede encajar con la misma facilidad en la música de tradición milenaria y en las propuestas más vanguardistas, tal es su versatilidad. Rodrigo Rodríguez ha querido estudiar en su CD distintas posibilidades de este instrumento, de forma que en alguna pieza lo combina con otro instrumento de la tradición nipona, como es el koto, una especie de arpa, y en otras, con la guitarra española, construyendo una texturas sonoras de gran belleza formal.

Además de incluir piezas de compositores japoneses, en esta obra Rodríguez interpreta creaciones propias en coautoría con el también flautista Larry Tyrrell y con el guitarrista Enrique Pastor, contribuyendo de esta manera a aumentar el acervo de música para shakuhachi del siglo XXI. Mención aparte merece la interesante revisión que realiza del Concierto de Aranjuez de Joaquín Rodrigo, que demuestra la capacidad evocadora del sonido de la flauta de bambú.

The Classical Music Legacy of Japan es una obra para disfrutar serenamente, para dejarse llevar por sus sones cautivadores hasta lo más íntimo de nuestro ser y poder meditar con su increíble belleza.

[1] Dictionnaire d’histoire et de géographie du Japon. 1906

[2] Seeking Authentic Experience: Spirituality in Western Appropriation of Asian Music. 2005

[3] The Re-contextualization of the Shakuhachi (Syakuhati) and its Music from Traditional/Classical into Modern/Popular. 1998

Artículos relacionados:

Rodrigo Rodríguez, música medieval japonesa para la meditación El maestro en intérprete de la flauta japonesa shakuhachi Rodrigo…

La flauta shakuhachi de Rodrigo Rodríguez suena en Madrid Tras una gira por Japón, el maestro de shakuhachi Rodrigo…

Rodrigo Rodríguez, el lamento del shakuhachi por el terremoto Hanshin Hoy traemos a este medio un nuevo trabajo del experto…

– Artículo*: Pablo Rodríguez Canfranc –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas y Fuengirola, MIJAS NATURAL

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

– Enlace a artículo –