Pietro Gori, Il simbolismo della «Vedova»

Pietro Gori

Il simbolismo della «Vedova»

L’espressione «figli della Vedova» è ben nota in Massoneria. Essa si riferisce, in generale, all’insieme di coloro che hanno avuto accesso all’iniziazione massonica, i quali risultano così accomunati da tale caratteristica peculiare.

Il che dovrebbe rendere evidente il genere di «fratellanza» che lega tra loro gli iniziati, purché, com’è ovvio, si abbia una qualche idea di cosa rappresenti la «Vedova» in questione. Più in particolare, come cercheremo di argomentare nel corso del presente studio, tale espressione è suscettibile di attagliarsi in misura completa solo a chi abbia raggiunto il grado di Maestro. Per il momento ci limitiamo a osservare che, nel simbolismo libero-muratorio, ogni cosa deve avere una precisa ragion d’essere, in conformità alle leggi generali del simbolismo, leggi che non si prestano in alcun modo a interpretazioni nelle quali intervenga l’immaginazione, che ne snaturerebbe totalmente la portata e il significato. Né, a nostro modo di vedere, espressioni come quelle che abbiamo citato in apertura sono da considerare più o meno«folcloristiche» o poco meritevoli di essere indagate nel loro significato profondo.

Possiamo osservare sin d’ora che, se si eccettua quel che riguarda il «tronco della Vedova», il simbolismo in questione presenta speciale rilevanza nel rituale d’iniziazione al grado di Maestro, nel quale il colore nero assume una importanza particolare, segnatamente in connessione al «velo della Vedova». Per lo più, tale simbolismo del nero viene accostato alla morte di Hiram, e, in effetti, la «camera» d’iniziazione al terzo grado è considerata una «camera di lutto». Da questo punto di vista, poiché ogni «cambiamento di stato» avviene nell’oscurità[1], il nero rappresenta la condizione «sostanziale» del candidato in procinto di accedere alla «trasformazione» che lo vedrà risorgere come Hiram. Va da sé che, affinché tale trasformazione si operi, è necessaria, oltre alla «sostanza» rappresentata in questo caso dal nero, anche l’intervento di un elemento «essenziale» in grado di ordinarne le potenzialità.

Ebbene, da questo punto di vista ci pare notevole che il «velo» cui accennavamo poco fa sia cosparso delle «lacrime della Vedova». Naturalmente, tali lacrime possono essere accostate alla natura «sacrificale» del rito in questione, così come Hiram – peraltro anch’esso «figlio di una Vedova»[2]–, secondo la «leggenda» del grado, va incontro al «sacrificio» di sé per non voler rivelare ai «cattivi Compagni» il «segreto» del Maestro. Tuttavia, a nostro modo di vedere, per restituire appieno il significato di tale simbolo ci pare del tutto logico accostare le «lacrime» alla rugiada o alla pioggia, connessi d’altronde allo stesso simbolismo della luce. A tale proposito René Guénon osserva che «[…] entrambe [luce e pioggia] simboleggiano le influenze celesti o spirituali. Tale significato è evidente per quel che concerne la luce; per quanto riguarda la pioggia […] si tratta soprattutto della discesa di queste influenze nel mondo terrestre […]. La luce e la pioggia hanno del resto entrambe un potere “vivificante”, che rappresenta bene l’azione delle influenze celesti; a questo carattere si ricollega anche in particolar modo il simbolismo della rugiada, che, come è naturale, è strettamente legato a quello della pioggia, ed è comune a numerose forme tradizionali, dall’ermetismo e dalla Cabala ebraica alla tradizione estremo-orientale»[3]. Ora, è interessante rilevare come, nel simbolo relativo alle«lacrime della Vedova », tale connessione tra luce e pioggia sia del tutto evidente: in effetti, gli occhi e la facoltà visiva sono in rapporto, com’è ovvio, alla luce, mentre le lacrime lo sono alla pioggia. E del resto, se i Massoni sono «figli della Vedova», essi non sono forse, al tempo stesso, anche «figli della Luce»?

D’altra parte, il simbolismo della Vedova non si limita alla sola «elevazione» al grado di Maestro. In effetti, se il «dovere» di quest’ultimo è «diffondere la luce, riunire ciò che è sparso», è possibile accostare tale «dovere» al mito della vedova Iside che riunisce le membra sparse di Osiride, raffigurazione del passaggio dalla molteplicità all’unità[4], che ogni iniziato deve compiere in se stesso al fine di riunire, nel «punto noto ai soli figli della Vedova», le «potenze» dapprima disperse del suo essere. Secondo tale accezione, Osiride rappresenta, in senso macrocosmico, l’«essenza universale», mentre Iside rappresenta allora la «sostanza universale», equivalenti a Purusha e Prakriti della tradizione indù, o al Cielo e alla Terra della tradizione estremo-orientale. Va da sé che tali due aspetti sono anche simboleggiati in Massoneria dal compasso e dalla squadra, il che significa che il Maestro massone, «situato» in qualità di «mediatore» tra la squadra e il compasso, riunisce in sé le «potenze» celesti e terrestri[5].

Abbiamo però accennato sinora a uno solo degli aspetti che c’interessa mettere in luce, ossia quello che riguarda la natura, per dir così, «sostanziale» della Vedova, legato soprattutto a uno dei significati del colore nero sovente attribuito a quest’ultima. Pensiamo tuttavia che ve ne sia un altro, diremmo più «essenziale», in rapporto al significato superiore del nero, e tale considerazione ci èsuggerita dal modo in cui alcuni «Fedeli d’Amore» raffigurano la «Vedova».

Niccolò de Rossi, un discepolo di Francesco da Barberino, nel suo sonetto «Se’ tu Dante oy anima beata», presenta Beatrice «vestita di nero»[6]. Ne «I documenti d’Amore» di Francesco da Barberino appare, nella terza parte del libro, una misteriosa donna, Costanza, che indossa i veli della vedova: «Se tu savessi bene / La donna chi ell’ene / Forse poresti / Parere faresti / E chiaro trar per ch’essa / Ebbe esta gratia che nacque / con essa […]». Lo stesso autore accenna alla parentela della dama Costanza con Madonna intelligenza[7]. Ricolfi, nello studio che abbiamo appena citato in nota, rileva che, nel trattato del «Reggimento e costumi di donna», «[…] la pietra preziosa o gemma simboleggia l’Intelligenza umana nel suo maggior grado; in esso le vedove sono due e opposte: l’una ha per ancella Costanza, l’altra, incostante, ha per ancella Facometipiace»[8]. Riportiamo ancora un passo che ci pare presentare rilevanti connessioni col tema che stiamo trattando: «La “fanciulla”, la “donzella compiuta”, la “maritata”, la “vedova” stanno evidentemente a indicare altrettanti stadi della Sapienza che stenta a farsi donna nell’iniziato (anche Dante per questa ragione in alcune canzoni filosofiche chiama “giovine” la Filosofia, la donna che lo ha “preso” in luogo di Beatrice)»[9].

Si noterà come, secondo questa interpretazione, che ci pare alquanto verosimile, diverse figure femminili stiano via via a indicare diversi gradi d’iniziazione, oppure – e tra le due cose vi è una stretta correlazione[10]– il grado di assimilazione della Conoscenza implicita in tali gradi. Non è difficile del resto rilevare che tra la Beatrice di Dante e la «vedova» del Barberino esistono diverse affinità, rese più evidenti da particolari comuni, talché si può legittimamente supporre che ci troviamo di fronte a una stessa figura simbolica, rappresentante in definitiva «l’amorosa Madonna Intelligenza». E in effetti entrambe «[…] salgono dalla terra al cielo per ridiscenderne ancora e dare al loro fedele [d’Amore] la grazia di conquistare più alta conoscenza, e per cui entrambi i poeti, prima di poter fissare, dopo ardue prove, gli occhi nelle sembianze della donna amata, debbono averne il perdono e vederne il velo sollevarsi dal suo volto»[11].

Notevole ci pare quest’ultimo accenno al sollevarsi del «velo», che ricorda da vicinotaluni aspetti dell’iniziazione al grado di Maestro, precisamente in connessione con la «Vedova»[12]. Ora, a proposito del simbolismo del nero cui accennavamo sopra, Guénon ha modo di rilevare che, «[…] nel suo senso superiore, il colore nero simboleggia essenzialmente lo stato principiale di non-manifestazione, e che così in particolare bisogna intendere il nome di Krishna, in opposizione a quello di Arjuna che significa “bianco”; essi rappresentano rispettivamente il non-manifestato e il manifestato, l’immortale e il mortale, il “Sé” e l’“io”, Paramâtmâ e jîvâtmâ»[13].

D’altro canto, se si pone mente al significato etimologico del termine, «vedova» significa «vuota» (lat. vidua). Ciò può naturalmente essere interpretato in vari modi, a partire da quello più immediato e letterale come, diciamo così, «privata» del marito. Secondo un altro punto di vista, tale «vuotezza» può essere riferita alla pura potenzialità della «sostanza primordiale», la «perfezione passiva» secondo i termini della tradizione estremo-orientale[14]. Infine, e questo è da rapportare al significato superiore e «principiale» del nero – che è del resto quello che occorre considerare qui in primo luogo –, il «vuoto» fa parte delle possibilità di non-manifestazione[15]. Va da sé che quest’ultimo aspetto presenta strette affinità con le «lacrime della Vedova» e con la loro natura d’influsso «celeste». D’altra parte, se la «Vedova» rappresenta, nel suo significato superiore, l’«Intelletto» e quindi la Conoscenza di cui è, si potrebbe dire, la «facoltà», allora la «trasformazione» cui accennavamo sopra, in relazione alla «resurrezione» di Hiram, non può che operarsi attraverso la Conoscenza[16]. Dev’essere chiaro però che ciò di cui si tratta non è la semplice conoscenza teorica, pur indispensabile, bensì la conoscenza diretta che si opera tramite l’intuizione, la quale, com’è noto, presenta un’importanza capitale riguardo al grado di Maestro, e non potrebbe essere altrimenti. Poiché si tratta della reintegrazione al centro dello stato umano, traccia «terrestre» del punto in cui, per dirla con Dante, «s’appunta ogne ubie ogne quando»[17], vale la pena di sottolineare che «[…] il centro è, per via del suo carattere principiale, quel che si potrebbe chiamare il “luogo” della non-manifestazione; in quanto tale, il colore nero, inteso nel suo senso superiore, gli conviene quindi realmente. Occorre peraltro notare che, per contro, il colore bianco si addice anch’esso sotto un altro profilo al centro, vogliamo dire in quanto è il punto di partenza di una “irradiazione” assimilata a quella della luce; si potrebbe dire dunque che il centro è “bianco” esteriormente e in rapporto alla manifestazione che procede da esso, mentre è “nero” interiormente e in se stesso; e quest’ultimo punto di vista è naturalmente quello degli esseri i quali […] si situano simbolicamente proprio al centro»[18][i corsivi sono nostri]. Queste ultime parole ci pare si attaglino perfettamente al ruolo centrale della Camera di Mezzo, in rapporto al mondo umano, e del grado di Maestro che le corrisponde, ossia per l’appunto di esseri che, per il grado raggiunto, simbolicamente se non effettivamente, occupano «di diritto» tale posizione.

Si noterà come le indicazioni fornite da R. Guénon nel brano che abbiamo riportato per ultimo, consentano d’interpretare in un modo più completo e più profondo il simbolismo del «pavimento a scacchi», talché questo non raffigura soltanto le «dualità cosmiche», bensì anche il manifestato e il non-manifestato. Per inciso, chi avesse ancora qualche dubbio sulla portata del simbolismo liberomuratorio, dovrebbe chiedersi se i «limiti» che a esso vengono talvolta attribuiti con sconcertante leggerezza, non siano invece il riflesso dei propri pervicaci pregiudizi. A tale riguardo ci sembrano quanto mai pertinenti le parole di un altro «Fedele d’Amore», Boccaccio, il quale, alla fine della terza giornata del Decamerone, pone sulle labbra di Lauretta il «lamento della malmaritata» o mal rimaritata: «cognoscendo per vero, / per ben di molti al mondo / venuta, da uno esser occupata». Boccaccio così commenta la sua rima: «Qui fece fine Lauretta alla sua canzone, nella quale, notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa; ed ebbevi di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa; altri vi furono di più sublime e migliore e più vero intelletto, del quale al presente recitare non accadde»[19].

Osserviamo, per concludere, che la «malmaritata » cui allude Boccaccio, «da uno occupata», viene talvolta interpretata, almeno da coloro che non sono del tutto proni a «intender alla melanese», che essa si riferisce alla Sapienza tenuta prigioniera dalla «Chiesa corrotta»[20]. Benché tale interpretazione ci paia per certi versi plausibile, essa è tuttavia insufficiente: intanto, occorre considerare che, di per sé, il punto di vista exoterico, anche quando non «corrotto», non è in grado, per sua stessa natura, di «salvaguardare» tale Sapienza, senza che intervenga un principio di ordine superiore, di competenza dell’esoterismo e dell’iniziazione. Ma, soprattutto, tale simbolo, come ogni simbolo, non è forse suscettibile di una interpretazione strettamente iniziatica, legata al fatto che la Saggezza non può che essere «imprigionata» in colui che, ancorato ai propri limiti, non intraprenda la via che conduce «lontano dalle passioni del mondo profano e in possesso dell’Arte»?

Tratto da: «La Lettera G» N° 10 – 2009 – http://ift.tt/2zB4JS8

[1] Cfr. R. Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, Luni Editrice, Milano 1996, cap. XXVI, «Sulla morte iniziatica», pp. 212-16.[2] I Re, 7, 12. Del resto, diversi personaggi «mitici» si trovano in questa condizione, essendo tale simbolismo abbastanza frequente presso certe tradizioni e certi popoli, come ad esempio nel caso del Manicheismo, o dei Maccabei (si veda a quest’ultimo riguardo l’articolo di G. Testanera, in questo stesso numero).[3] R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, cap. LX, «La luce e la pioggia», p. 313.[4] Cfr. ibid., cap. XXXXVI, «Riunire ciò che è sparso», pp. 259-62.[5] Cfr. R. Guénon, La Grande Triade, Adelphi, Milano 1980, cap. XV, «Tra la squadra e il compasso», pp. 125-31[6] A. Ricolfi, Studi sui «Fedeli d’Amore», Luni Editrice, Milano 2006, p. 158, nota 17.[7] Ibid., p. 56, nota 18.[8] Ibid., p. 57, nota 19.[9] Ibid., p. 61.[10] Intendiamo dire che la graduale assimilazione della Conoscenza, parte integrante del «metodo massonico», presuppone l’accesso ai gradi iniziatici rispettivi, cosa del resto evidenziata anche dal rapporto tra i «Cieli» e le relative «Arti liberali».[11] A. Ricolfi, Studi, cit., pp. 68-69.[12] Tale simbolismo dei «veli» che si sollevano progressivamente sino a scomparire del tutto è del resto presente, e pour cause, anche in taluni gradi «complementari» al grado di Maestro.[13] R. Guénon, Simboli, cit., cap. XVI, «Le “teste nere”», p. 108.[14] Vale la pena di rilevare che l’espressione «figli della Vedova » consente di mettere in risalto non solo quale sia la «maternità» di questi ultimi – la «Vedova» appunto –, ma anche la loro «paternità»: il marito «non visibile» evidenzia ancora di più il fatto che si tratta di una «paternità» di tipo spirituale o intellettuale. Cfr. in proposito A. K. Coomaraswamy, Sapienza orientale e cultura occidentale, Rusconi, Milano 1975, cap. VI, «“Paternità spirituale” e “complesso della marionetta”», pp. 105-31.[15]Cfr. R. Guénon, Gli stati molteplici dell’essere, Adelphi, Milano 1996, cap. III, «L’Essere e il Non-Essere», pp. 38-46.[16]Cfr. ibid., cap. XV, «La realizzazione dell’essere per mezzo della conoscenza», pp. 119-24.[17]Paradiso, XXIX, 12. Si noti che il riferimento di Dante all’ubie al quando indica come lo «stato» di cui si tratta sfugga ormai alla condizione spazio-temporale.[18] R. Guénon, 18. Simboli, cit., p. 109.[19]Boccaccio, Decamerone, Mondadori, Milano 1985, Giornata III, Conclusione, 21-23.[20]Così in particolare Luigi Valli e gli studiosi che ne hanno in qualche modo raccolto le indicazioni.

– Artículo*: Pietro –

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