Da Montague Rhodes James a “Hereditary” di Ari Aster

In alcuni dei più terrificanti racconti di Montague Rhodes James emerge la tematica hoffmanniana-ligottiana dell’uomo come burattino o marionetta, in balia di entità demoniache che si celano dietro le quinte del reale: particolarmente riuscito è “The Haunted Doll’s House”, che ha parzialmente ispirato il film “Hereditary” di Ari Aster.

di Marco Maculotticopertina: la casa di bambola del film “Hereditary”, 2018

Nel primo articolo di questa ‘doppietta’ dedicata al genio di Montague Rhodes James, uno dei massimi esponenti del filone letterario dell’orrore sovrannaturale a cavallo tra XIX e XX secolo — come adeguatamente riconosciuto da H.P. Lovecraft nel saggio Supernatural Horror in Literature (1927) –, abbiamo avuto modo di sottolineare come i suoi celeberrimi “racconti di fantasmi” siano in realtà solo parzialmente — e in modo alquanto insufficiente — definibili tali. A tal riguardo, abbiamo avuto modo di sentenziare che:

« […] le creazioni letterarie di un James o di un Hoffmann si distaccano sensibilmente dalla canonica “storia di fantasmi” di scuola gotica, a partire dalla caratteristica di essere profondamente incentrate sull’elemento sovrannaturale-esoterico-magico piuttosto che su quello di natura sentimentale-psicologica. Così, per James come per Hoffmann (ma anche poi, in seguito, per Machen, Lovecraft e Blackwood) le apparizioni spettrali diventano una “spia” per introdurre e per mettere in scena orrori ben più grandi e indefinibili, dalle caratteristiche spiccatamente anti-umane e anti-razionali: il mondo della magia (nera) è una sorta di mondo alla rovescia in cui regna il caos assoluto e in cui i valori del mondo degli umani non sono né riconosciuti né vigenti. »

Odilon Redon, “Germination”, 1879

Uomini e bambole

Un altro tema che talvolta fa capolino nei racconti dell’orrore di Montague Rhodes James, e che ci prefiggiamo di trattare in questo nostro secondo articolo a lui dedicato, è quello dell’essere umano come burattino o marionetta, il cui destino si rivela essere in ultima analisi in mano a entità ben più potenti ed enigmatiche, che giacciono dietro le quinte del reale: spiriti di streghe mai morte realmente, entità vampiriche, demoni infernali, e via dicendo. Abbiamo già notato come in uno dei più terrificanti racconti mai scritti da James, Topi (“The Rats”, 1929), il motivo dell’orrore è una sorta di spaventapasseri vivente, o per meglio dire un individuo che un tempo fu un essere umano, e che ora è una sorta di fantoccio non-morto, intrappolato a causa di una maledizione in una condizione sospesa tra la vita e la morte.

In altri racconti jamesiani il leitmotiv dell’uomo-marionetta viene sfruttato diversamente, dando vita a suggestioni hoffmanniane e ligottiane. È il caso, per esempio, della Storia di una scomparsa e di una apparizione (“The story of a disappearance and an appearance”, 1913), il cui climax di terrore è da individuare in un’esperienza onirica vissuta dal narratore dal sapore estremamente cinematografico, segnatamente lynchiano. Egli sogna di assistere a uno spettacolo di burattini (questa sequenza può portare alla mente del lettore alcune delle sequenze più “teatrali” de Il lupo della steppa di Hermann Hesse, che sarà dato alle stampe nel 1927) il cui personaggio principale, Pulcinella, è ammantato da una sorta di aura “satanica”, che lo rende simile, agli occhi del protagonista, al «Vampiro nel folle schizzo del Fuseli»:

« È cominciato con quello che posso solo definire come una tenda che si apriva: dopodiché mi sono trovato seduto in un posto, e non saprei dire se all’aperto o al chiuso. C’era gente — non molta — intorno a me, ma non riconoscevo nessuno, né vi facevo attenzione. Non aprivano bocca, ma per quel che ricordo apparivano tutti gravi e pallidi in volto, con lo sguardo fisso nel vuoto. Di fronte avevo lo scenario di uno spettacolo di Pulcinella e Colombina, forse molto più grande del normale, dipinto a disegni neri su sfondo rosso giallo. […] Me ne stavo “sospeso” in un’ansia di grado elevatissimo e mi aspettavo da un momento all’altro di udire pifferi e campanelli. Invece è giunto un improvviso ed enorme […] e unico rintocco di campane, non saprei dire quanto lontane, da qualche parte laggiù, là dietro. Il piccolo sipario s’è alzato e il dramma ha avuto inizio. »

Odilon Redon, “Vision”, 1879

Da Montague Rhodes James al grande schermo: Hereditary di Ari Aster

Estremamente hoffmanniano in quanto ispirato al tema dell’essere umano come marionetta è anche La casa stregata delle bambole (“The Haunted Doll’s House”, 1923), uno dei racconti più strabilianti usciti dalla penna del Nostro. Qui come non mai è centrale il ruolo dell’oggetto che apre all’occhio interiore del protagonista la visione indicibile di un mondo ‘altro’ che tuttavia talvolta entra in collisione con il nostro: come nel romanzo di Abraham Merritt Il vascello di Ishtar (pubblicato l’anno successivo, il 1924) sarà un modellino di veliero a prendere vita propria e a condurre il protagonista in un mondo a parte, in miniatura rispetto al nostro e con leggi sue proprie, egualmente in questo racconto di James è una “casa delle bambole”, giocattolo molto in voga nell’Inghilterra vittoriana, a rivelarsi come una vera e propria imago mundi, o come un mondo dentro a un altro mondo, alla maniera di una matrioska.

Oltre a ciò, ritorna a distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione de Il tesoro dell’abate Thomas (“The treasure of abbot Thomas”, 1904) la caratterizzazione di una delle apparizioni demoniache (il divoratore dei bambini) con caratteristiche anfibie sulla falsariga del Lovecraft di Dagon/Innsmouth:

« Una nuova specie di luce, né di lampada né di candela, cominciò a baluginare tutt’intorno alla cornice della porta. Questa si stava riaprendo. Al nostro spettatore, Dillet, non piace oggi dilungarsi su ciò che vide entrare da quella porta; dice che lo si potrebbe descrivere come una rana — dalla grandezza di un uomo — ma con bianchi e radi capelli intorno alla testa. Si diede da fare intorno ai lettini ma non per molto. Si levarono strepiti di grida — deboli come se provenissero da grande distanza — e tuttavia indescrivibilmente agghiaccianti. Ed ecco che tutta la casa entrò in una terrificante agitazione: luci che andavano su e giù, porte che s’aprivano e chiudevano e figure che passavano di corsa davanti alle finestre. L’orologio sulla torretta della stalla batté un rintocco e fu di nuovo buio. »

Poster italiano di “Hereditary – Le radici del male”, 2018

“The Haunted Doll’s House” è senza ombra di dubbio una delle maggiori fonti di ispirazione per Hereditary — Le radici del male, film di Ari Aster (regista anche di Midsommar) uscito quasi un secolo dopo la pubblicazione della storia jamesiana (2018), a partire dall’espediente della casa di bambola animata. Ecco come James la descrive nel suo racconto:

« Non si chiese, fino alle prime ore del mattino, come mai, pur non essendoci alcuna luce nella stanza, la casa di bambola sulla scrivania fosse circondata dal più completo chiarore. Eppure era proprio così: si aveva l’impressione che la più tonda luna piena illuminasse la facciata di una grossa dimora in pietra bianca, lontana, sembrava, un quarto di miglio; e tuttavia ogni particolare risultava fotograficamente perfetto. C’erano anche alberi tutt’intorno, alberi che spuntavano da dietro la cappella e la casa. A Dillet sembrò di avvertire persino il profumo di una fresca notte settembrina […]. Infine, e fu un altro colpo, si rese conto che, al di sopra della casa, egli stava fissando non le pareti della sua stanza con i quadri e tutto, ma l’azzurro profondo di un cielo notturno. C’erano luci, più di una, alle finestre, e Dillet immediatamente capì che quella non era una casa di quattro stanze con una facciata rimovibile, ma una dimora con numerose stanze e scale… una casa vera, insomma, come vista, però, attraverso un cannocchiale capovolto. “Volete farmi veder qualcosa, per caso?” borbottò tra sé, senza distogliere lo sguardo dalle finestre illuminate. Nella vita reale, pensò, avrebbero tende e scuri, non c’è dubbio; invece, stando così le cose, la vista di ciò che sta accadendo in quelle stanze non è intercettata da nulla. »

Una scena di “Hereditary” in cui anche la casa sull’albero assurge, quantomeno visivamente, a una valenza simile a quella della casa delle bambole

Oltre alla casa di bambola animata, che sembra vivere di vita propria, l’intera trama del racconto di James anticipa molti dei temi trattati nel film: nello spettacolo sovrannaturale della casa di bambola animata, che va ‘in onda’ ogni notte all’una in punto, il protagonista Dillet ricostruisce una tragedia avvenuta molti anni prima in una magione del circondario: una coppia di sposi, in seguito alla morte del padre di uno dei due e allo spoglio del testamento, fanno fuori i propri due figli per carpirne l’eredità, cui secondo le volontà del defunto sarebbe legalmente spettata.

Ma non è finita qui: le modalità del delitto appaiono estremamente strane, con tutta probabilità connesse, come nel film di Aster, con la magia nera. La sposa, esattamente come in Hereditary, è oltremodo terrorizzata da una misteriosa presenza, al punto che James scrive che:

« […] l’espressione che aveva in viso era quella di una che combatte con tutte le proprie forze contro una paura che minaccia d’impadronirsi completamente di lei e di vincerla. Una bruttissima faccia, anche: grossa astuta, schiacciata. »

È proprio questa presenza demoniaca che ossessiona la moglie — descritta, come si è detto sopra, alla stregua di un batrace antropomorfo — a uccidere i bambini, divorandoli. In seguito a questa scena sovrannaturale, come accade anche nel film di Ari Aster, «ecco che tutta la casa entrò in una terrificante agitazione: luci che andavano su e giù, porte che s’aprivano e chiudevano e figure che passavano di corsa davanti alle finestre». James descrive inoltre, a questo punto del racconto, «nere figure con torce accese in mano» nei dintorni della casa, nonché «figure ancora più cupe [che] scendevano i gradini, recando, prima l’una poi l’altra, due piccole bare», richiamando alla mente dello spettatore le scene conclusive del film di Aster.

Rappresentazione del demone Paimon, evocato in “Hereditary”

Sebbene in Hereditary il demone evocato non abbia le caratteristiche esteriori di quello del racconto jamesiano — si tratta segnatamente di Paimon, uno degli otto demoni governatori dell’Inferno, rappresentato ne La Piccola Chiave di Salomone come un uomo incoronato a cavallo di un dromedario — l’influenza di “The Haunted Doll’s House”, pubblicato quasi un secolo prima, è evidente, dalla tragedia familiare rievocata ‘magicamente’ dalla casa di bambola animata, all’eredità del patriarca della famiglia (nel racconto il nonno, nel film la nonna) fino ovviamente ai rimandi alla magia nera e all’evocazione di entità infernali che rivendicano la propria ‘proprietà’ sui figli della famiglia maledetta.

Edizioni consultate:

Montague Rhodes James, Cuori strappati, a cura di Dino Buzzati, Bompiani, Milano 1967

Montague Rhodes James, Fantasmi e altri orrori, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton, Roma 1995

– Artículo*: Marco Maculotti –

Más info en psico@mijasnatural.com / 607725547 MENADEL Psicología Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología) en Mijas Pueblo (MIJAS NATURAL)

*No suscribimos necesariamente las opiniones o artículos aquí enlazados

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NUESTRO INTERÉS EN CIERTAS BIOGRAFÍAS

El criterio que seguimos en nuestras biografías tiene un sentido bien definido que se resume muy bien en el siguiente acapice del Programa Agartha.

Hemos estado ofreciendo una serie de escuetas “biografías” (HeraclesHércules, Moisés, Hermes, Pitágoras, Platón, Isis) de “personas”, seres o entidades que han encarnado estados espirituales y necesariamente los han volcado sobre el medio, según era su destino y su función. No nos interesan de estas historias arquetípicas los rasgos humanos y anecdóticos ni las valoraciones a que esos enfoques se prestan. Creemos que son importantes al ser simbólicas, es decir como reveladoras de determinadas pautas esotéricas, perfectamente asimilables –en cuanto son ejemplares– al hombre en general, por ser universales y no sujetas por eso al espacio y al tiempo sino de modo secundario.

Tienen también otra función: la de ir preparando el camino para el conocimiento y la comprensión de otra historia, secreta para los que no son capaces de profundizar y establecer relaciones entre símbolos y se sienten satisfechos con las cómodas e inverosímiles historias oficiales. La verdadera historia es otra cosa. Y los occidentales podemos leer en la nuestra como en una simbólica de ritmos y ciclos, una danza de cadencias y entrelazamientos, no casuales por cierto, y donde todos y cada uno de los hechos adquieren un significado en la armonía del conjunto, que se contempla bajo una lectura diferente, bañada por una nueva luz. Además, y es lo importante, esto es especialmente válido para ser aplicado a nuestra propia vida, a las anécdotas, aconteceres e historias relativas de nuestra existencia. Las cuales han de ser consideradas bajo un enfoque simbólico y nunca como un conjunto de posesiones personalizadas y exclusivas con las que nos identificamos.

INTRODUCCIÓN A LA CIENCIA SAGRADA, PROGRAMA AGARTHA, DE FEDERICO GONZÁLEZ Y COLABORADORES

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– Artículo*: Mª Ángeles Díaz –

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Da Montague Rhodes James a “Hereditary” di Ari Aster

In alcuni dei più terrificanti racconti di Montague Rhodes James emerge la tematica hoffmanniana-ligottiana dell’uomo come burattino o marionetta, in balia di entità demoniache che si celano dietro le quinte del reale: particolarmente riuscito è “The Haunted Doll’s House”, che ha parzialmente ispirato il film “Hereditary” di Ari Aster.

di Marco Maculotticopertina: la casa di bambola del film “Hereditary”, 2018

Nel primo articolo di questa ‘doppietta’ dedicata al genio di Montague Rhodes James, uno dei massimi esponenti del filone letterario dell’orrore sovrannaturale a cavallo tra XIX e XX secolo — come adeguatamente riconosciuto da H.P. Lovecraft nel saggio Supernatural Horror in Literature (1927) –, abbiamo avuto modo di sottolineare come i suoi celeberrimi “racconti di fantasmi” siano in realtà solo parzialmente — e in modo alquanto insufficiente — definibili tali. A tal riguardo, abbiamo avuto modo di sentenziare che:

« […] le creazioni letterarie di un James o di un Hoffmann si distaccano sensibilmente dalla canonica “storia di fantasmi” di scuola gotica, a partire dalla caratteristica di essere profondamente incentrate sull’elemento sovrannaturale-esoterico-magico piuttosto che su quello di natura sentimentale-psicologica. Così, per James come per Hoffmann (ma anche poi, in seguito, per Machen, Lovecraft e Blackwood) le apparizioni spettrali diventano una “spia” per introdurre e per mettere in scena orrori ben più grandi e indefinibili, dalle caratteristiche spiccatamente anti-umane e anti-razionali: il mondo della magia (nera) è una sorta di mondo alla rovescia in cui regna il caos assoluto e in cui i valori del mondo degli umani non sono né riconosciuti né vigenti. »

Odilon Redon, “Germination”, 1879

Uomini e bambole

Un altro tema che talvolta fa capolino nei racconti dell’orrore di Montague Rhodes James, e che ci prefiggiamo di trattare in questo nostro secondo articolo a lui dedicato, è quello dell’essere umano come burattino o marionetta, il cui destino si rivela essere in ultima analisi in mano a entità ben più potenti ed enigmatiche, che giacciono dietro le quinte del reale: spiriti di streghe mai morte realmente, entità vampiriche, demoni infernali, e via dicendo. Abbiamo già notato come in uno dei più terrificanti racconti mai scritti da James, Topi (“The Rats”, 1929), il motivo dell’orrore è una sorta di spaventapasseri vivente, o per meglio dire un individuo che un tempo fu un essere umano, e che ora è una sorta di fantoccio non-morto, intrappolato a causa di una maledizione in una condizione sospesa tra la vita e la morte.

In altri racconti jamesiani il leitmotiv dell’uomo-marionetta viene sfruttato diversamente, dando vita a suggestioni hoffmanniane e ligottiane. È il caso, per esempio, della Storia di una scomparsa e di una apparizione (“The story of a disappearance and an appearance”, 1913), il cui climax di terrore è da individuare in un’esperienza onirica vissuta dal narratore dal sapore estremamente cinematografico, segnatamente lynchiano. Egli sogna di assistere a uno spettacolo di burattini (questa sequenza può portare alla mente del lettore alcune delle sequenze più “teatrali” de Il lupo della steppa di Hermann Hesse, che sarà dato alle stampe nel 1927) il cui personaggio principale, Pulcinella, è ammantato da una sorta di aura “satanica”, che lo rende simile, agli occhi del protagonista, al «Vampiro nel folle schizzo del Fuseli»:

« È cominciato con quello che posso solo definire come una tenda che si apriva: dopodiché mi sono trovato seduto in un posto, e non saprei dire se all’aperto o al chiuso. C’era gente — non molta — intorno a me, ma non riconoscevo nessuno, né vi facevo attenzione. Non aprivano bocca, ma per quel che ricordo apparivano tutti gravi e pallidi in volto, con lo sguardo fisso nel vuoto. Di fronte avevo lo scenario di uno spettacolo di Pulcinella e Colombina, forse molto più grande del normale, dipinto a disegni neri su sfondo rosso giallo. […] Me ne stavo “sospeso” in un’ansia di grado elevatissimo e mi aspettavo da un momento all’altro di udire pifferi e campanelli. Invece è giunto un improvviso ed enorme […] e unico rintocco di campane, non saprei dire quanto lontane, da qualche parte laggiù, là dietro. Il piccolo sipario s’è alzato e il dramma ha avuto inizio. »

Odilon Redon, “Vision”, 1879

Da Montague Rhodes James al grande schermo: Hereditary di Ari Aster

Estremamente hoffmanniano in quanto ispirato al tema dell’essere umano come marionetta è anche La casa stregata delle bambole (“The Haunted Doll’s House”, 1923), uno dei racconti più strabilianti usciti dalla penna del Nostro. Qui come non mai è centrale il ruolo dell’oggetto che apre all’occhio interiore del protagonista la visione indicibile di un mondo ‘altro’ che tuttavia talvolta entra in collisione con il nostro: come nel romanzo di Abraham Merritt Il vascello di Ishtar (pubblicato l’anno successivo, il 1924) sarà un modellino di veliero a prendere vita propria e a condurre il protagonista in un mondo a parte, in miniatura rispetto al nostro e con leggi sue proprie, egualmente in questo racconto di James è una “casa delle bambole”, giocattolo molto in voga nell’Inghilterra vittoriana, a rivelarsi come una vera e propria imago mundi, o come un mondo dentro a un altro mondo, alla maniera di una matrioska.

Oltre a ciò, ritorna a distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione de Il tesoro dell’abate Thomas (“The treasure of abbot Thomas”, 1904) la caratterizzazione di una delle apparizioni demoniache (il divoratore dei bambini) con caratteristiche anfibie sulla falsariga del Lovecraft di Dagon/Innsmouth:

« Una nuova specie di luce, né di lampada né di candela, cominciò a baluginare tutt’intorno alla cornice della porta. Questa si stava riaprendo. Al nostro spettatore, Dillet, non piace oggi dilungarsi su ciò che vide entrare da quella porta; dice che lo si potrebbe descrivere come una rana — dalla grandezza di un uomo — ma con bianchi e radi capelli intorno alla testa. Si diede da fare intorno ai lettini ma non per molto. Si levarono strepiti di grida — deboli come se provenissero da grande distanza — e tuttavia indescrivibilmente agghiaccianti. Ed ecco che tutta la casa entrò in una terrificante agitazione: luci che andavano su e giù, porte che s’aprivano e chiudevano e figure che passavano di corsa davanti alle finestre. L’orologio sulla torretta della stalla batté un rintocco e fu di nuovo buio. »

Poster italiano di “Hereditary – Le radici del male”, 2018

“The Haunted Doll’s House” è senza ombra di dubbio una delle maggiori fonti di ispirazione per Hereditary — Le radici del male, film di Ari Aster (regista anche di Midsommar) uscito quasi un secolo dopo la pubblicazione della storia jamesiana (2018), a partire dall’espediente della casa di bambola animata. Ecco come James la descrive nel suo racconto:

« Non si chiese, fino alle prime ore del mattino, come mai, pur non essendoci alcuna luce nella stanza, la casa di bambola sulla scrivania fosse circondata dal più completo chiarore. Eppure era proprio così: si aveva l’impressione che la più tonda luna piena illuminasse la facciata di una grossa dimora in pietra bianca, lontana, sembrava, un quarto di miglio; e tuttavia ogni particolare risultava fotograficamente perfetto. C’erano anche alberi tutt’intorno, alberi che spuntavano da dietro la cappella e la casa. A Dillet sembrò di avvertire persino il profumo di una fresca notte settembrina […]. Infine, e fu un altro colpo, si rese conto che, al di sopra della casa, egli stava fissando non le pareti della sua stanza con i quadri e tutto, ma l’azzurro profondo di un cielo notturno. C’erano luci, più di una, alle finestre, e Dillet immediatamente capì che quella non era una casa di quattro stanze con una facciata rimovibile, ma una dimora con numerose stanze e scale… una casa vera, insomma, come vista, però, attraverso un cannocchiale capovolto. “Volete farmi veder qualcosa, per caso?” borbottò tra sé, senza distogliere lo sguardo dalle finestre illuminate. Nella vita reale, pensò, avrebbero tende e scuri, non c’è dubbio; invece, stando così le cose, la vista di ciò che sta accadendo in quelle stanze non è intercettata da nulla. »

Una scena di “Hereditary” in cui anche la casa sull’albero assurge, quantomeno visivamente, a una valenza simile a quella della casa delle bambole

Oltre alla casa di bambola animata, che sembra vivere di vita propria, l’intera trama del racconto di James anticipa molti dei temi trattati nel film: nello spettacolo sovrannaturale della casa di bambola animata, che va ‘in onda’ ogni notte all’una in punto, il protagonista Dillet ricostruisce una tragedia avvenuta molti anni prima in una magione del circondario: una coppia di sposi, in seguito alla morte del padre di uno dei due e allo spoglio del testamento, fanno fuori i propri due figli per carpirne l’eredità, cui secondo le volontà del defunto sarebbe legalmente spettata.

Ma non è finita qui: le modalità del delitto appaiono estremamente strane, con tutta probabilità connesse, come nel film di Aster, con la magia nera. La sposa, esattamente come in Hereditary, è oltremodo terrorizzata da una misteriosa presenza, al punto che James scrive che:

« […] l’espressione che aveva in viso era quella di una che combatte con tutte le proprie forze contro una paura che minaccia d’impadronirsi completamente di lei e di vincerla. Una bruttissima faccia, anche: grossa astuta, schiacciata. »

È proprio questa presenza demoniaca che ossessiona la moglie — descritta, come si è detto sopra, alla stregua di un batrace antropomorfo — a uccidere i bambini, divorandoli. In seguito a questa scena sovrannaturale, come accade anche nel film di Ari Aster, «ecco che tutta la casa entrò in una terrificante agitazione: luci che andavano su e giù, porte che s’aprivano e chiudevano e figure che passavano di corsa davanti alle finestre». James descrive inoltre, a questo punto del racconto, «nere figure con torce accese in mano» nei dintorni della casa, nonché «figure ancora più cupe [che] scendevano i gradini, recando, prima l’una poi l’altra, due piccole bare», richiamando alla mente dello spettatore le scene conclusive del film di Aster.

Rappresentazione del demone Paimon, evocato in “Hereditary”

Sebbene in Hereditary il demone evocato non abbia le caratteristiche esteriori di quello del racconto jamesiano — si tratta segnatamente di Paimon, uno degli otto demoni governatori dell’Inferno, rappresentato ne La Piccola Chiave di Salomone come un uomo incoronato a cavallo di un dromedario — l’influenza di “The Haunted Doll’s House”, pubblicato quasi un secolo prima, è evidente, dalla tragedia familiare rievocata ‘magicamente’ dalla casa di bambola animata, all’eredità del patriarca della famiglia (nel racconto il nonno, nel film la nonna) fino ovviamente ai rimandi alla magia nera e all’evocazione di entità infernali che rivendicano la propria ‘proprietà’ sui figli della famiglia maledetta.

Edizioni consultate:

Montague Rhodes James, Cuori strappati, a cura di Dino Buzzati, Bompiani, Milano 1967

Montague Rhodes James, Fantasmi e altri orrori, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton, Roma 1995

– Artículo*: Marco Maculotti –

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NON C’E’ DUE SENZA TRE. A proposito della Pachamama… (di Cosmo Intini)

Dopo la vicenda delle casule del Sinodo delle famiglie e della ferula-stang del Sinodo dei Giovani (vd. su questo stesso blog gli articoli del 10/10/2018 e del 28/10/2018) [1], eccoci al Sinodo dell’Amazzonia. Il proverbiale: ‘non c’è due senza tre’! Anche questa volta pare infatti che la gerarchia ecclesiastica si sia incautamente accostata ad oggetti il cui valore simbolico e la cui pregnanza rituale travalica ogni loro legittimo uso in seno alla liturgia cattolica.

Di che si tratta? Si tratta questa volta della ormai arcinota statuetta della pachamama, un idolo andino raffigurante la divinità della Madre Terra. In quanto già abbondantemente affrontato sui media, non ci aggiungeremo che brevemente al dibattito che ha visto schierarsi due contrapposte posizioni.

Da una parte vi è infatti quella di chi ha letto come ‘culto idolatrico’ l’omaggio che, permesso e incoraggiato dal Papa stesso, è stato reso alla pachamama dai Padri sinodali sia all’interno di una cerimonia nei Giardini Vaticani (4 ottobre), sia in una processione nella Basilica di S. Pietro (7 ottobre), sia durante una Via Crucis amazzonica (19 ottobre).

Dall’altra parte vi è invece la posizione di chi, tra gli allineati alle posizioni bergogliane, continua ad affermare tutta l’innocenza di queste cerimonie, sul cui carattere pagano si sarebbe travisato, oltretutto malignamente, da parte di un manipolo di tradizionalisti.

Per quel che ci riguarda – sorvolando peraltro sulla palese equivocità con cui puntualmente ci si riferisce al termine tradizione -, la nostra posizione all’interno del dibattito, come già ben conosce chi ha letto i nostri precedenti interventi, è ovviamente non tanto quella votata alla passionale emotività, quanto semmai quella fondata sull’oggettiva evidenza di una scienza: la sacra scienza gematrica. E questa volta sì che è legittimo riferirsi alla Tradizione!

Se traslitteriamo il termine pachamama in greco, secondo la sua pronuncia (paciamama), abbiamo πακιαμαμα, la quale parola vale gematricamente 194 = 80+1+20+10+1+40+1+40+1.

Da parte sua, il valore di S. Chiesa Cattolica, cioè a dire di G ekklesie katholiké (Γ Εκκλησιη Καθολικη), è invece pari a 472 = (3) + (5+20+20+30+8+200+10+8) + (20+1+9+70+30+10+20+8)= (3) + (301) + (168).

Unire la pachamama alla S. Chiesa Cattolica significa dunque addizionare 194 + 472.

Fate voi la somma!

Alcune conclusioni. La presente contingenza storica non può non essere percepita come fortemente colma di un carattere escatologico: a meno che non si patisca di cecità e sordità spirituale. Di tale carattere ne è espressione infatti tutta l’anticristicità di cui oramai, ogni giorno di più, si viene a permeare la stessa Chiesa di Cristo. Senza dover necessariamente attendersi l’immediato epilogo della profetizzata e apocalittica finale apparizione dell’individuo che dovrà incarnare in sé la figura del ‘triplice sei’, dobbiamo insomma renderci conto che perlomeno siamo già abbondantemente incamminati in avanti all’interno del fenomeno che ci condurrà a quell’estremo. Cosa ce lo deve far pensare? Da fideles Christi dobbiamo coglierlo alla luce della del tutto anomala compresenza di due Pontefici entrambi legittimati. Nella storia della Chiesa è pur accaduto che ad un certo momento ci siano stati un Papa ed un Antipapa, ma non è mai successo qualcosa di equiparabile a quel che ci tocca oggi eccezionalmente vivere come fosse ormai una normalità acquisita.

Non è questa l’occasione per scendere in approfondimenti che mirino ad ulteriori discernimenti. Ve ne saranno semmai presto migliori occasioni: o almeno, Dio volendo, ce lo auguriamo.

Qui ci rimane solo di ribadire che la proverbiale locuzione che ha dato titolo al nostro presente intervento può a questo punto valere anche secondo un livello di lettura ben più celato e profondo.

Non c’è due (= Pontefici) senza tre (=anticristo).

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– Artículo*: Gianluca Marletta –

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EL CENTRO DEL MUNDO

No es ningún secreto que cuando en los textos tradicionales se habla del “mundo” de “la creación del mundo”, en realidad

se está haciendo alusión al hombre, pero cuando hablan del centro del mundo, ¿a qué se están refiriendo?

Podemos leer en Ezequiel (V-5):

זאת ירושלם בתוך הגוים שמתיה

“Ésta es Jerusalén, la coloqué en medio de las naciones”.

Al parecer este versículo es el responsable de que en el año 1455 el geógrafo italiano Giovanni Leardo dibujara un mapa del mundo y situara en el centro de éste a Jerusalén; unos 150 años después aparecería el mapa que encabeza estas reflexiones. El centro del mundo es Jerusalén, Ierushalaim (ירושלים), pero quizá no se trate de la Jerusalén situable en nuestros mapas, incluso en los más antiguos.

Que Jerusalén es un lugar sagrado no cabe la menor duda. La guematria de Makom Kaddosh (מקום קדוש), “lugar sagrado”, es 596, la misma que la de Ierushalaim (ירושלים), pero ¿por qué se dice que es “el centro del mundo”?

מקום = 186

קדוש = 410

————-

596

י = 10

ר = 200

ו = 6

ש = 300

ל = 30

י = 10

ם = 40

———-

596

La palabra Ierushalaim (ירושלים) deriva de Ir haShalom (עיר השלום), “ciudad de la paz”. Su guematria Shemi o completa, 1202 nos apunta a las tres primeras palabras del relato de la creación, Bereshit Bara Elohim (בראשית ברא אלהים).

עיר = 660

השלום = 542

—————

1202

בראשית = 913

ברא = 203

אלהים = 86

——————

1202

El relato de la creación alude a la creación del hombre y se considera tradicionalmente que el centro del hombre es el corazón, Lev (לב). Simbólicamente, Jerusalén es el corazón del mundo y corresponde en el hombre a ese centro sutil que es el corazón. Como hemos visto, su nombre, que deriva de Ir haShalom (עיר השלום), significa “ciudad de la paz”, y la paz, la verdadera paz, es la paz del corazón.

JULI PERADEJORDI

– Artículo*: Zohar –

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EL CENTRO DEL MUNDO

No es ningún secreto que cuando en los textos tradicionales se habla del “mundo” de “la creación del mundo”, en realidad

se está haciendo alusión al hombre, pero cuando hablan del centro del mundo, ¿a qué se están refiriendo?

Podemos leer en Ezequiel (V-5):

זאת ירושלם בתוך הגוים שמתיה

“Ésta es Jerusalén, la coloqué en medio de las naciones”.

Al parecer este versículo es el responsable de que en el año 1455 el geógrafo italiano Giovanni Leardo dibujara un mapa del mundo y situara en el centro de éste a Jerusalén; unos 150 años después aparecería el mapa que encabeza estas reflexiones. El centro del mundo es Jerusalén, Ierushalaim (ירושלים), pero quizá no se trate de la Jerusalén situable en nuestros mapas, incluso en los más antiguos.

Que Jerusalén es un lugar sagrado no cabe la menor duda. La guematria de Makom Kaddosh (מקום קדוש), “lugar sagrado”, es 596, la misma que la de Ierushalaim (ירושלים), pero ¿por qué se dice que es “el centro del mundo”?

מקום = 186

קדוש = 410

————-

596

י = 10

ר = 200

ו = 6

ש = 300

ל = 30

י = 10

ם = 40

———-

596

La palabra Ierushalaim (ירושלים) deriva de Ir haShalom (עיר השלום), “ciudad de la paz”. Su guematria Shemi o completa, 1202 nos apunta a las tres primeras palabras del relato de la creación, Bereshit Bara Elohim (בראשית ברא אלהים).

עיר = 660

השלום = 542

—————

1202

בראשית = 913

ברא = 203

אלהים = 86

——————

1202

El relato de la creación alude a la creación del hombre y se considera tradicionalmente que el centro del hombre es el corazón, Lev (לב). Simbólicamente, Jerusalén es el corazón del mundo y corresponde en el hombre a ese centro sutil que es el corazón. Como hemos visto, su nombre, que deriva de Ir haShalom (עיר השלום), significa “ciudad de la paz”, y la paz, la verdadera paz, es la paz del corazón.

JULI PERADEJORDI

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Singularidad No-Dual, por José Díez Faixat

SINGULARIDAD NO-DUAL
Por José Díez Faixat (Ecstadelic Media Group)
Toda la realidad manifestada aparece, inexorablemente, en forma de dualidades. No es posible ninguna expresión fuera del juego de los opuestos. No cabe encontrar sonido sin silencio, ni objeto sin sujeto, ni fuera sin dentro. Todos los contrarios son mutuamente dependientes, y, por tanto, podemos entenderlos como manifestaciones polares de una realidad que los trasciende, y que es “previa” a esa dualización.
El universo surgió en un polo de máxima energía (y prácticamente nula consciencia) y se dirige hacia otro polo de máxima consciencia (y prácticamente nula energía). Los físicos hablan de una energía potencial infinita en el vacío cuántico original, y los sabios hablan de una consciencia diáfana infinita en el vacío místico final. Nuestra propuesta es que esos dos vacíos son la misma y única Vacuidad, percibida por los físicos de forma objetiva y por los contemplativos de forma subjetiva, pero que, en sí, no es objetiva ni subjetiva, sino “previa” a esa perspectiva dual. Y lo más fascinante de todo es que esa Vacuidad no es una realidad metafísica lejana, sino la simple y pura Autoevidencia de cada instante, la innegable Certeza-de-Ser siempre presente… / Seguir leyendo.

– Artículo*: –

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La nebulosa del velo fantasmal: Feliz Halloween |

Estos restos de gas impactado y brillante, una cara fantasmal a escala cósmica, navegan por el firmamento de la Tierra en la constelación Cygnus y forman la nebulosa del Velo. La nebulosa es un gran remanente de supernova, una nube en expansión nacida de la explosión mortal de una estrella masiva. La luz de la explosión original de la supernova llegó a la Tierra hace más de 5.000 años. La nebulosa del Velo, también conocida como el Bucle de Cygnus, abarca casi 3 grados o unas 6 veces el diámetro de la Luna llena, lo que supone más de 70 años luz en la distancia estimada de 1.500 años luz. De hecho, el Velo es tan grande que las partes más brillantes se identifican como nebulosas separadas, como la Escoba de la Bruja (NGC 6960), abajo a la derecha del centro, y el Espectro de I C 1340, en la parte superior izquierda. Feliz Halloween!

– Artículo*: Alex Dantart –

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Estos restos de gas impactado y brillante, una cara fantasmal a escala cósmica, navegan por el firmamento de la Tierra en la constelación Cygnus y forman la nebulosa del Velo. La nebulosa es un gran remanente de supernova, una nube en expansión nacida de la explosión mortal de una estrella masiva. La luz de la explosión original de la supernova llegó a la Tierra hace más de 5.000 años. La nebulosa del Velo, también conocida como el Bucle de Cygnus, abarca casi 3 grados o unas 6 veces el diámetro de la Luna llena, lo que supone más de 70 años luz en la distancia estimada de 1.500 años luz. De hecho, el Velo es tan grande que las partes más brillantes se identifican como nebulosas separadas, como la Escoba de la Bruja (NGC 6960), abajo a la derecha del centro, y el Espectro de I C 1340, en la parte superior izquierda. Feliz Halloween!

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