Contributi

L’inganno dei “diritti”

Quando una situazione di emergenza, di qualsiasi tipo, mette in discussione realtà ritenute stabili e sicurezze consolidate, risulta spontaneo chiedersi fino a che punto la nuova situazione possa modificare i vecchi stili di vita e soprattutto con quale autorità le istituzioni politiche possano imporre tali mutamenti. La questione fondamentale riguarda sempre i cosiddetti diritti, cioè quel complesso di facoltà che singoli o associazioni hanno di compiere determinati atti o godere di precise tutele. Questi diritti, da sempre (almeno in epoche recenti) proclamati come inalienabili e quindi non soggetti a sospensioni o limitazioni di sorta, sarebbero quindi un “patrimonio fondamentale dell’umanità”, non solo “stabilito dalla natura” e “di per sé evidente”, ma anche difeso dagli Stati e dalla legge. Però da sempre (almeno dalla proclamazione di un simile stato di cose) questi famosi diritti sono stati sempre elusi, disattesi, modificati o violati proprio dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto tutelarli. Situazione che non ha nulla di casuale, né tantomeno riguarda abusi di potere, mancate applicazioni o tradimenti di ideali e sommi principi, ma è solamente una diretta conseguenza di un difetto originario, quell’atto iniziale di proclamazione arbitraria di una base teorica che nella sua artificialità era già inconsistente, non solo per quello che affermava ma soprattutto per quello che negava.

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