La percepción de los colores cambia según los que haya alrededor

Científicos del Centro de Visión por Computador de la Universidad Autónoma de Barcelona (UAB) (Catalunya, España) han analizado las diferencias en la percepción visual de dos patrones de color diferentes: rojo y verde, y lima y lila. Los resultados, publicados en e …

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La bellesa de Laylà

La bellesa de Laylà

Tu désires Layla. C’est en toi-même qu’elle se révèle.

Tu penses qu’elle est ailleurs, mais cet ailleurs n’existe pas.

C’est là une folie bien connue du peuple des amants.

Sois donc sur tes gardes : l’autre est l’essence même de la séparation.

Ne vois-tu donc pas comme sa beauté t’enlace ?

Et si tu n’y réponds pas par ton être, elle disparaît.

Tu lui dis : approche ! alors qu’elle est ta totalité.

Et elle, si elle t’aime, te ramène vers elle.

Béatitude indicible est la rencontre avec elle.

Personne ne l’atteint, qui no reconnaît l’esprit sans forme.

J’ai trompé les gens à son sujet,

après l’avoir montrée véritablement à travers mon voile,

je l’ai cachée à l’envieux, par grande jalousie.

Beauté fulgurante ! Quand l’éclat de sa face touche un aveugle,

il peut voir chaque grain de poussière.

La beauté la pare de tous ses aspects.

Partout où elle apparaît, les amants la désirent…

*

Cheikh Mohammad al-Harrâq a Fès Ville d’Islam, Titus Burckhardt. Archè, 2007, Milano. Pàg. 142.

– Artículo*: Leili Castella –

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Devadatta Kīrtideva Aśvamitra, La distruzione della falsa conoscenza: mithyā vinaśana – I

Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

La distruzione della falsa conoscenza: mithyā vinaśana

I – Presunte prove dell’esistenza di Dio e reale esperienza dell’Esistenza

La dottrina dell’Advaita, è il caso di ricordarlo in questa premessa, non è affatto una semplice speculazione teorica, poiché chi ne segue gli insegnamenti da un guru qualificato usufruisce di essa come metodo (sādhana)[1].

È incredibile come orientalisti, esoteristi teorici e perfino iniziati a vari rami di karma khaṇḍa non riescano a comprendere questo semplice assunto. Con questo studio cercheremo, quindi, di illustrare al meglio questo fatto evidente. Il fondamento della dottrina advitīya consiste nella constatazione dell’inconfutabile esistenza del Brahmātman.

Gli altri darśana dell’Induismo, come anche le dottrine vedāntiche dualiste, il Tantrismo e le religioni semitiche[2] hanno tentato di elaborare alcune prove che permetteressero all’uomo di avere la certezza dell’esistenza del loro Dio. Tali presunte prove, tuttavia, partono da un presupposto fideistico, ragion per cui chi le ha elaborate e coloro che le condividono tendono forzosamente a farne coincidere i risultati con l’impostazione dogmatica iniziale. Le scuole hindū citate, come anche le religioni occidentali, infatti, prestano un’autorevolezza probatoria più o meno totale all’osservazione del mondo manifestato così come appare, dal cui risultato traggono per deduzione una teoria aprioristicamente accettata come dato rivelato. Si tratta, dunque, dell’ottuso difetto logico che le dottrine hindū definiscono anyonyāśraya, mutua dipendenza o circolo vizioso. Per far comprendere come l’accettazione dogmatica a priori conduca fatalmente alla conclusione già preventivata, basterà considerare il caso del Buddhismo anātmakavāda. Questa corrente del Buddhismo parte a priori dalla concezione dell’inesistenza del Brahmātman e, al termine di un percorso d’indagine percettivo e deduttivo, logicamente del tutto identico a quello delle religioni e dei darśana, conclude affermando che ciò che si deduce dall’osservazione del mondo come appare, con i suoi oggetti e persone, dimostra ch’esso ha come fondamento il nulla (śūnya).

Anche se non è questo lo scopo principale del presente studio, esporremo brevemente la ragione per la quale queste “prove dell’esistenza di Dio” siano inconsistenti e fallaci: l’errore primario consiste nel voler dimostrare l’esistenza dell’assoluto utilizzando esclusivamente mezzi empirici. Potrebbe sembrare un’ovvietà facilmente riconoscibile da tutti. Invece non è così; basti considerare l’impostazione ideologica che forma il sostrato di tutta la scienza moderna per comprendere che anche gli scienziati dagli intelletti più penetranti cadono stoltamente in questa trappola mentale che essi stessi si sono fabbricati. Gli strumenti (pramāṇa) dell’osservazione percettiva, della logica e della riproducibilità artificiale dei fenomeni, che essi definiscono “metodo scientifico”, per mezzo del quale dissezionano, catalogano e definiscono l’infinito, senza comprendere o voler comprendere che ciò che è dissezionabile, catalogabile e definibile non può per sua natura essere infinito, appariranno qui di seguito del tutto inadatti all’ottenimento della vera conoscenza (jñāna).

Tralasciamo dunque le fedi e le credenze dogmatiche delle ideologie profane per dedicare maggior attenzione al caso più intrigante delle religioni e dei darśana che hanno una ragion d’essere alquanto superiore alla dimensione profana. Di seguito ricorderemo alcune di queste “prove” che, da Aristotele in poi, hanno attratto l’attenzione di filosofi e teologi delle religioni occidentali e che per molti versi sembrano simili a quelle di molti darśana dell’Induismo. Per amore di brevità tralasceremo di specificare nel dettaglio coloro che le hanno teorizzate e l’ambito in cui ciò è avvenuto. Le prove che ebbero maggior seguito affermerebbero che:

1- Ognuno ha una concezione a priori di un Dio, senza il quale nessuno potrebbe esistere né potrebbe esistere l’Universo.

2- Ognuno può osservare che l’Universo è ordinato, per cui a posteriori si deduce che esiste un Ordinatore.

3- Ognuno può osservare che l’Universo è mobile, per cui a posteriori si deduce che esiste un Motore immobile.

4- Ognuno può osservare che l’Universo è concatenato in cause ed effetti, per cui a posteriori si deduce che esiste una Causa prima.

A queste e ad altre argomentazioni filosofiche e teologiche si aggiungono innumerevoli prove secondarie che si basano sulle rivelazioni di vario tipo, sull’autorevolezza di personaggi inviati per rivelare, su prodigi e miracoli, su fatti storici, segni celesti e altre “prove” secondarie che variano da religione a religione, da darśana a darśana.

Tralasciamo queste ultime “prove” non enumerate, che possono essere considerate valide solamente da menti fortemente limitate, incapaci di superare un fideismo dogmatico grossolano, del tutto paragonabile al fideismo fanatico di matrice politica e ideologica. Le “prove filosofiche e teologiche”, anche se adatte a menti più mature, nondimeno sono facilmente riconoscibili come illusorie: se consideriamo, per esempio, la prova elencata per prima è facile dichiararla erronea, com’è dimostrato dal caso già citato del Buddhismo anātmakavāda. Infatti i seguaci di quella corrente buddhista partivano dalla concezione “aprioristica” (sarebbe più corretto definirla “pregiudiziale”) dell’inesistenza di un Principio, per cui l’esistenza del mondo sarebbe stata nient’altro che una pura apparenza che nasconde il nulla. Il difetto di questa “prova” consiste nel prendere come aprioristica una concezione, vale a dire un “pensiero” o “idea” (saṃkalpa), che per sua natura non può essere veramente a priori, in quanto è un semplice prodotto della mente. Perciò, essendo un prodotto, anche questa “prova” va annoverata tra quelle a posteriori, in quanto la mente la precede logicamente e avviene prima dell’indagine percettiva, in quanto questa concezione di Dio nasce nella mente e lì rimane senza alcuna possibilità di una verifica sensibile rivolta all’esterno.temporalmente. Né potrebbe essere considerata a priori in senso relativo, poiché

Considerando poi le altre prove enumerate, le loro argomentazioni sono demolite dal seguente Vedānta vicāra: l’individuo si pone come conoscitore (jñātṛ)[3] del mondo esterno e delle sue componenti, in quanto oggetti conoscibili (jñeya), grazie a una conoscenza (jñāpti)[4] ottenibile solamente tramite la mediazione dei sensi (jñānendriya). Il jñātṛ non ha perciò esperienza diretta del mondo esterno. Per questa ragione la mente non ha alcuna certezza di non distorcere le informazioni che riceve dai sensi. L’esempio del serpente e della corda è sufficiente per spiegare questa dipendenza della mente dai sensi e la limitazione conoscitiva che ne consegue. Gli occhi vedono la corda nella penombra, ma la mente equivoca sull’informazione ricevuta dalla vista e prende la corda per un serpente. Perciò, analogamente, l’elaborato mentale dell’informazione proveniente dai sensi sull’ordine, sul movimento e sulla concatenazione causale del mondo esterno non dà alcuna garanzia di essere una interpretazione veridica tale da costituire una prova, neppure applicabile alla manifestazione così come appare. A maggior ragione questa indiretta elaborazione mentale sul cosmo non ha alcun titolo per essere considerata una prova dell’esistenza di Dio che, oltre a tutto, è anche al di fuori della portata della percezione dei sensi. Comunque sia, se l’esistenza di Dio potesse essere provata (pramā) da strumenti di conoscenza (pramāṇa) limitati alla mente e al corpo grossolano, vorrebbe dire che questo Dio potrebbe essere oggetto di conoscenza (prameya), come un qualsiasi oggetto esterno, sia esso un minerale, un vegetale o un animale. Questo Dio sarebbe, dunque, un oggetto limitato, passibile d’essere studiato anche per mezzo delle scienze empiriche. Si deve perciò respingere perfino l’idea che una tale prova possa essere concepita, essendo illogica mentalmente, irrealizzabile percettivamente e, soprattutto, contraria all’esperienza della catena degli illuminati (jñāni) che hanno descritto la verità negli śāstra.

Il limite principale di questo tipo di argomentazioni, come s’è già detto, consiste nel fatto che s’appoggia a strumenti di conoscenza contingenti (pramāṇa), e principalmente sulla percezione sensoriale (pratyakṣa) tramite gli organi corporei corrispondenti (indriya golaka) e sulla relativa deduzione (anumāna) da parte dell’aggregato mente-intelletto. Cioè si vuol cogliere l’infinito nello spazio, l’eterno nel tempo, l’incondizionato nelle relazioni condizionanti di causa-effetto. In breve si agisce con sensi e mente per cogliere ciò che è fuori del dominio dell’azione.

Quanto abbiamo esposto finora non rappresenta però un approccio puramente advitīya. Si tratta semplicemente di una correzione vedāntica apportata al ragionamento tipico di Nyāya e Sāṃkhya, per mezzo d’una più corretta e logica applicazione dei loro pramāṇa e tattva. Tuttavia, sempre nel domino vyāvahārika, il Vedānta non considera i tattva come fossero delle realtà separate, ma tende a riconoscere in essi un unico sostrato. Per questa ragione non si pongono delle limitazioni formali tra buddhi, manas e indriya, uniformandoli in ciò che le Upaniṣad chiamano l’“organo interno” (antaḥkāraṇa). Quando questa mente vede diventa il senso della vista, quando ode diventa il senso dell’udito, quando apprezza quanto percepisce diventa manas, quando lo capisce diventa buddhi. I sensi perciò assumono le forme (vikāra) degli oggetti esterni e l’organo interno conosce soltanto queste forme o modificazioni (vṛtti) mentali. Ora, però, l’Advaita amplia il campo di osservazione del mondo manifestato (prapañca) come appare durante l’esperienza della veglia, con la dottrina delle avasthā traya. Il mondo manifestato, nel suo complesso è infatti composto non soltanto dallo stato di veglia, ma anche da quello di sogno. Nello stato di sogno colui che osserva è infatti direttamente l’Ātman, che testimonia l’esistenza di oggetti interni. Questi oggetti della testimonianza del sogno sono null’altro che l’organo interno con le sue modificazioni. Quando si sogna l’organo interno sembra prendere le forme di oggetti esterni reali. Ma quando il sogno finisce e ricompare la coscienza della veglia, ci si accorge che quegli oggetti erano solo forme dell’organo interno del sogno e che erano del tutto illusorie. Infatti nella veglia nulla di ciò che esisteva nel sogno risulta realmente esistente. Però, allorché si è in stato di sogno, è la veglia con tutti i suoi oggetti che non esiste affatto. Da ciò deriva che sogno e veglia sono paritetici, ma incompatibili tra loro. Perciò, ritorcendo alla veglia il ragionamento circa l’irrealtà del sogno, ci si potrà chiedere: le modificazioni della mente allo stato di veglia, che sono gli oggetti della nostra indagine sul mondo, corrispondono davvero a oggetti esterni realmente esistenti o sono solo delle vṛtti immaginate? Da qui inizia l’indagine discriminante, il neti neti, che consentirà di rimuovere la falsa conoscenza.

Su questa base il Vedānta respinge il procedimento d’indagine conoscitiva applicato a un mondo suppostamente reale ed esterno, distinguendo nettamente questo metodo analitico dall’esperienza intuitiva (anubhava) della realtà.

L’esperienza intuitiva è condivisa da tutti gli esseri (sarvaloka prasiddha anubhava) e fra tutti questi, gli umani, in particolare, ne sono consapevoli. Eppure quasi nessuno si sofferma a riflettere per comprenderne l’essenza. Tale intuizione fondamentale consiste nella coscienza di esistere. Questa è l’unica certezza che un essere ha, certezza che è indipendente dal ragionamento, dall’indagine, dal tempo, dallo spazio e da qualsiasi relazione, e che si esprime come segue: “Io sono”; “Io sono cosciente”; “Io sono esistenza cosciente”; “Io sono coscienza esistente”. Dove coscienza ed esistenza[5] coincidono.

Dal sito: https://ift.tt/2rjF5is

[1] In questo primo capitolo diamo per scontato che il lettore abbia una sufficiente preparazione sull’Advaita Vedānta, impostata sull’attenta lettura degli scritti di Svāmī Satchidanandendra Mahārāja, di Maitreyī, del prof. Filippi e nostri già apparsi in questo sito Veda Vyāsa Maṇḍala. Per la medesima ragione abbiamo evitato di ripetere le già note citazioni dalla fonti upaniṣadiche.

[2] Le religioni semitiche, che alcuni definiscono monoteistiche e altri abramiche, per loro struttura fanno dipendere la regolarità del loro versante esoterico dall’osservanza dei dogmi essoterici, rovesciando in questo modo i normali rapporti gerarchici. Ciò spiega la ragione per la quale, perfino in ambito iniziatico, essi mantengano un rigido esclusivismo anche nei confronti delle religioni che, in linea di principio, dovrebbero riconoscere parimenti come rivelazioni divine. Per la verità gli israeliti non riconoscono alcuna religione altra dalla loro. I cristiani riconoscono l’ebraismo come una rivelazione divina, abrogata però dalla nuova rivelazione predicata dal Cristo. I musulmani riconoscono come religioni rivelate sia l’ebraismo sia il cristianesimo, abrogate però dalla predicazione muhammadiana. Come si potrà notare, nelle tradizioni occidentali è sempre immanente il demone dell’evoluzionismo.

[3] Questo conoscitore, in realtà, è soltanto un “pensatore” che parte da uno stato di ignoranza (ajñāna) per compiere con la sua facoltà intellettiva (buddhi) un’ attività investigativa rivolta all’esterno tramite i sensi.

[4] Il Vedānta distingue accuratamente questa conoscenza analitica del mondo esterno (vijñāna) dalla vera conoscenza sintetica dei principi metafisici (jñāna).

[5] Nelle vie spirituali minori (aparavidyā) è del tutto normale e doveroso distinguere “essere” (as) da “esistere” (bhū). Infatti Essere è l’assoluto, mentre l’esistenza appare come la produzione empirica o la proiezione della manifestazione-creazione, al di fuori dell’Essere stesso. Non per nulla il latino existere è composto da ex e sistere, stare fuori. L’Essere è considerato altro da se stesso e questo “se stesso” è concepito come estrinseco all’Essere. Per questa ragione tutti i monoteismi, compresi i Vedānta non advitīya, sono in realtà dualisti. L’Advaita Vedānta, invece, non fa alcuna differenza tra essere ed esistere nella sua prospettiva puramente non duale.

ScienzaSacra

– Artículo*: Pietro –

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LA VOZ DE LOS ÁRBOLES Y LAS FLORES

Vivimos en la era de la comunicación por excelencia, pero la mayoría de nosotros tenemos problemas para comunicarnos

con los demás y con nosotros mismos. Pero, ¿sabemos realmente qué significa “comunicarse”? Veamos qué nos

“comunican” la etimología y la guematria.

“Comunicar”, del latín communicare, es “hacer partícipe a otro de lo que uno tiene”. En hebreo “comunicar” puede decirse de varias maneras; una de ellas es haAbrat Maser (העברת מסר). Maser (מסר), de la misma raíz, significa “mensaje”.

La guematria de haAbrat Maser (העברת מסר) es 977, como la del Kol Ilanot vePerajim (קול אילנות ופרחים), “la voz de los árboles y las flores”,

העברת = 677

מסר = 300

———————

977

קול = 136

אילנות = 497

ופרחים = 344

————————

977

Todo esto nos indica que en la comunicación verdadera ha de haber un mensaje que la naturaleza nos está comunicando a través de los árboles y las flores. ¿Cuál es este mensaje?

Nos lo sugieren las tres primeras palabras del Shemá: שמע, ישׂראל: יהוה:

שמע = 410

ישׂראל = 541

יהוה = 26

—————-

977

Porque lo que nos dice el Eterno no es distinto de lo que nos dicen los árboles y las flores. Todo nos invita a lo mismo: a la comunión con lo sagrado que está en nuestro interior y a la comunicación con lo sagrado que está en el interior de nuestro prójimo. Porque lo sagrado es lo que tenemos en común. Cuando lo logremos será verdad que:

שמע, ישראל: יהוה אלהינו, יהוה אחד

“Escucha Israel, IHWH nuestro Dios, IHWH es Uno”.

JULI PERADEJORDI

– Artículo*: Zohar –

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Mujeres y hombres: ¿la igualdad de género deja a la luz nuestras diferencias?

Las preferencias personales relacionadas con el riesgo, la paciencia, la confianza y el altruismo no son iguales entre hombres y mujeres. Además, estas diferencias aumentan al mismo tiempo que lo hace el desarrollo económico y la igualdad de género de un país. Es la princ …

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PRESENCIA DE LA TRADICION HEBREA EN LA MASONERIA

Pere Sánchez Ferré:

PRESENCIA DE LA TRADICION HEBREA EN LA MASONERIA

Una sociedad de tradición iniciática debe concebirse la francmasonería como una de las formas de expresión de la tradición judeocristiana; sus diversos ritos y los contenidos de su cuerpo doctrinal así lo evidencian. El origen de éstos, como el de la propia masonería, -sociedad de tradición iniciática-, son oscuros, pero no porque sus miembros hayan ocultado sus actividades como malhechores que conspiran en la sombra, sino porque “nada puede nacer fuera de una envoltura”; porque la Verdad no puede sernos descubierta, sino revelada y, finalmente, porque “no hay amor sin pudor” (El Mensaje Reencontrado, prólogo. Louis Cattiaux, Ed. Sirio, Málaga, 1987).

A fin de no destruir el cuesco y disecar la almendra, todas las auténticas organizaciones íníciátίcas se han protegido cuidadosamente de la profanación (clave de su supervivencia), al menos mientras se han desarrollado en sociedades y culturas tradicionales. Por eso se dice que los masones “trabajan a cubierto”, en la logia, al “abrigo de las miradas profanas”, y donde “el silencio reina”.

De las múltiples herencias conservadas o recuperadas y transmitidas por la orden, cabe destacar, además de los elementos judeocristianos, los antiguos misterios del mundo clásico, el pitagorismo, la alquimia y la cábala hebrea, de la que nos ocuparemos en este trabajo.

Señalemos, antes de continuar, que la masonería no posee un cuerpo doctrinal cerrado y dogmático, sino que a lo largo de su existencia ha ido incorporando elementos de épocas y escuelas diversas. De esa herencia múltiple surgieron los diferentes ritos y sistemas masónicos, los cuales evocaban, mediante la práctica del ritual, un saber que, si bien no todos comprendían, a todos cautivaba. Y si es cierto que la orden no hacia iniciados, sino masones, éstos podían considerarse como símbolos de la verdadera iniciación y disponer, además, de un contexto apropiado para la realización espiritual. Las otras actividades propias de los afiliados a instituciones de ese tipo eran la práctica de un oficio de hombre libre, la filantropía, la beneficencia, etc.

Los lugares comunes de la tradición europea

Aunque es difícil precisar en qué momento histórico y a partir de qué canales la cábala hebraica fue introducida en la masonería, si podemos afirmar, de acuerdo con la historiografía actual, que por lo menos desde la Baja Edad Media esas influencias son comprobables. Así, a pesar de las muchas lagunas existentes, los intercambios y las simbiosis, puede afirmarse que se llevan cabo en un contexto muy preciso, al cual podríamos llamar el “espacio esotérico” europeo de la época. Allí confluyen a lo largo de siglos, un número siempre importante de clérigos imbuidos de judaísmo talmúdico (muchos de ellos masones), la Orden del Temple, las corporaciones de constructores con sus logias -edificaban dos templos, el interior y el exterior-, todos ellos en estrecha relación con los círculos cabalísticos de Praga, Ámsterdam, Narbona, Toledo, Gerona,

Conviene recordar asimismo que, hasta el siglo XVIII, es relativamente común que en los monasterios benedictinos y en otras órdenes católicas exista una logia, de la que el Venerable Maestro es el propio abad.

En cuanto a la iniciación de judíos en las logias, éstos no fueron admitidos abiertamente hasta bien entrado el siglo XVIII, aunque siempre de forma minoritaria. Por otra parte, debe tenerse en cuenta que los judíos no fueron jurídicamente libres hasta la Revolución Francesa y, a mediados del siglo XIX, muchas logias europeas se negaban a admitirlos en su seno.

Así pues, es erróneo y tendencioso afirmar, como lo ha hecho la literatura antimasónica (que es también antisemita y tradicionalista, pero raras veces tradicional) que la masonería “cayó en manos del judaísmo internacional” con el fin de «dominar el mundo». La mentalidad complotista es muy vieja y el conspiracionismo -que es un concepto policiaco de la historia- ha formado parte del mobiliario intelectual de las clases medias y de la burguesía desde el siglo XVIII. Todo ello nada tiene que ver con el concepto tradicional de historia ni con la espiritualidad viva de Occidente y no merece, pues, que le prestemos más atención.

La tradición hebrea en la masonería

Algunos autores han sugerido que una de las misiones que se habría impuesto la orden francmasónica sería la de unir los dos testamentos en «una sola carne», por decirlo con palabras de San Pablo. Jean Tourniac apunta que la masonería, con su constante melkisedeciana, habría de cumplir una función abrahámica y, en ese sentido, noaquita, pues en ella podrían confluir las tres grandes religiones monoteístas: la hebrea, la cristiana y la islámica. Sea como fuere, lo cierto es que la cábala hebraica está presente en la mayoría de rituales y catecismos de instrucción masónicos. Es en esa clave, creemos, que deben interpretarse muchos de sus símbolos y enseñanzas.

El esquema que siguen todos los sistemas masónicos está basado en dos templos; el primero es de madera, el Arca de Noé y el segundo, de piedra, el Templo de Salomón, Noé e Hiram: dos constructores que nos remiten a dos alianzas, porque en masonería edificar y deificar son sinónimos.

Los manuscritos masónicos más antiguos que se conocen, como el llamado Regius (1390 aprox.) y el de Cook (1410) están basados en temas del Antiguo Testamento, centrados en las figuras de Adán y Noé. En la mayoría de rituales posteriores es común el empleo de palabras como Hejal, Debhir, Shadai, Elohim, Jakin, Boaz, el Tetragrama, así como las referencias a la Shejiná, al Altar de los Perfumes, y a los Profetas. En los grados superiores del Rito Escocés Antiguo y Aceptado, el soporte simbólico e histórico de los rituales está tomado en gran parte del Nuevo Testamento.

Tenemos así una masonería noaquita, de origen medieval, un segundo estadio salomoniano y zorobabeliano y un tercero, que es también el de más reciente aparición (siglo XVIII), caballeresco, neotestamentario y cristico -el escocismo-, la versión inglesa del cual es el Knights Templar, los Caballeros del Santo Sepulcro o los de San Juan Evangelista, entre otros.

Como sea que el tema es tan extenso como complejo y estas páginas pretenden ser sólo una primera aproximación, nos ocuparemos únicamente de algunos temas puntuales (sic), que consideramos de particular interés.

Los masones

Señalemos en primer lugar que la masonería utiliza el calendario tradicional hebreo, con el nombre de los meses en esa lengua y su era es la de la «verdadera luz», separada de la cronología profana. Anotemos también que las palabras desempeñan un papel axial en todos los ritos y ceremonias y la gran mayoría de ellas -nos referimos a las llamadas «palabras sagradas» y de «paso»- son también de filiación hebrea.

Uno de los nombres con que los masones se designan a si mismos es “hijos de la Viuda», lo cual está tomado de I Reyes XVII, 17 a 24, donde Elías resucita al hijo de la viuda de Sarepta; Hiram también es hijo de una viuda de la tribu Neftalí (1 Reyes VII, 13-14) y en el Nuevo Testamento (Lucas VII, 11-16) Jesús resucita el hijo de la viuda de Naim. Es de interés señalar que “viudez” también significa en hebreo ser despojado, abandono, desolación y puede asimilarse a nuestra condición en este tiempo de exilio. También está relacionado con “mutismo”, incapacidad para articular palabras. Es así como el término “hijos de la viuda” cobra su significado: los masones son aquellos que, mudos y despojados en este mundo de exilio, esperan ser rescatados por el Profeta.1 En el ritual del primer grado, el aprendiz declara que «no sabe leer, ni escribir», refiriéndose obviamente, al Nombre completo e impronunciable y no a cualquier nombre.2

La noción de «palabra de paso», está tomada del pasaje bíblico donde se relata que, en los vados del Jordán, los galaaditas obligaban a los de Efraim a decir la palabra Shibolet para permitirles cruzar el río, pero como no la pronunciaban correctamente eran degollados (Jueces XII, 4-6).

No es en modo alguno casual que la primera de las «palabras de paso» en el rito escocés (grado 2°, porque el del 1 ° aún no la hay) sea precisamente Shibolet, que significa espiga o prolijo como la espiga, según el Tuileur de Vuillaume. También está relacionado con torrente y multiplicación. En los ritos de Eleusis la espiga simboliza la luz sembrada en el hombre desde su nacimiento y que produce todos sus frutos gracias a la iniciación.(3). En un texto inglés de 1745, The Testament of a free maçon, comentado por J. P Lasalle,4 la palabra de aprendiz es Shajar que significa aurora y también oscuridad. Dice el Zohar, comentando el Bereshit, que cuando resplandezca para Israel el sol de la liberación, sobrevendrán desgracias sobre desgracias, tinieblas sobre tinieblas,

aludiendo al doble sentido que tiene en hebreo la palabra aurora y de lo que ella es símbolo: luz para unos y tinieblas para otros.5

La logia, templo masónico

La etimología de la palabra logia es de raíz sánscrita (loka) y se asimila a universo. Está orientada en sentido este-oeste y la sostienen tres pilares, cuyos nombres están tomados del árbol sefirόtico: Fuerza (Geburá, Belleza (Tiféret ), Sabiduría (Jojmá). Ello supone, según Jules Boucher, la existencia, aunque invisible, de una cuarta columna; la Inteligencia (Βiná)(6).

En el grado tercero del escocismo la logia se divide en dos partes, el Hejal, que es propiamente el templo, donde se lleva a cabo la ceremonia y el Debhir ( el Sancta Sanctorum), separado por un velo. Cuando éste es corrido aparece, resplandeciente,

Hiram (“vida elevada”) resucitado. Anotemos que Debhir puede significar también “palabra” o cosa ,lo cual está estrechamente vinculado al misterio de la «palabra perdida», de la que luego hab1aremos.7

Un tema común a todos los Ritos es el de las dos columnas del templo salomónico Jakin y Boaz situadas a la entrada de la logia y de las que hay una descripción en varios pasajes bíblicos (1 Reyes VII, 21; II Reyes XXV, 13-17; Jeremías LII, 20-23 y II Crόn. III, 15-17), además de la que nos ha dejado el historiador judío Flavio Josefo (siglo I d. de Cristo) en sus Antigüedades judaicas. De las citadas columnas dice el Zohar (III, 58a) que «los dos ríos secundarios que tienen su origen en el río principal, (rio Vida) se bifurcan en dos direcciones, que son los nombres de las dos columnas del Templo erigido a Salomόn: Jakin y Boaz. Todos esos ríos circulan en un mismo grado, llamado el “Justo”, como está escrito: “Y el Justo es la base del mundo”.

Jakin aparece en el Antiguo Testamento como hijo de Simeόn, el cual es a su vez hijo de Jacob (Gén. XLVI, 10), mientras que Boaz es el marido de Rut, ancestro de David (Rut IV, 13 a 22). Según ciertas versiones masónicas, estas columnas son las destinadas a unir de nuevo la tierra y el cielo.(8)

El significado de Jakin es fundamento, erigir, del verbo “consolidar” y el de Boaz es “la Fuerza” o “en la Fuerza”.

Se han hecho muchas interpretaciones de las dos columnas, algunas de las cuales son fruto de versiones muy personales.

El Rito Francés o Moderno, que ha expurgado y simplificado el escocismo, ha invertido la situación de las columnas, de manera que Jakin es emplazada a la izquierda y Boaz, a la derecha. Dicha innovación no está basada en la tradición, cuya fuente en este caso es el Antiguo Testamento. Por otra parte, en hebreo, la izquierda es siempre el norte y la derecha, el sur, lo que implica inequívocamente que la orientación se toma, como su nombre indica, volviéndose hacia oriente, hacia el este.

En los rituales, tanto medievales como modernos, figuran también otras dos columnas antediluvianas. La tradición masónica registrada en el manuscrito de Cook9 -ya citado-se dice que los hijos de Lamec, Jabel, Juba!, Tubal-Caín y Noemá (Gén. IV, 19-22) grabaron todas las ciencias en dichas columnas, a fin de que fueran salvadas del diluvio. Jabel es el primogénito y, de acuerdo con este ritual es el inventor de la geometría y el creador de la masonería. Su nombre, en hebreo, significa “carnero” pero también se le asimila al signo de Aries, al cuerno de carnero, a la trompeta y al jubileo.

Tubal-Caín, padre de la forja, encarna el aspecto negativo. El Tuileur de Villaume dice de Tubalcain que significa possessio mundana, es decir, el que posee y disfruta de/en este mundo. El Filósofo Hermético Ireneo Filaleteo afirma que las artes y herramientas de la estirpe de Caín son opuestas a las de Set, porque la utilización de los metales de forma y con objetivos profanos es una actividad asesina y fratricida.

De la hermana de Tubal-Caín dice el Zohar (1, 55a) que a Nοemá (dulzura) se la llama así en las Escrituras para indicar que su cometido es «seducir a los hombres y los espíritus»,lo cual ocurrirá hasta que «el Santo Bendito Sea purifique el mundo de los espíritus impuros”.

Volviendo a las dos columnas, el manuscrito Grand Lodge núm.1 (1583) precisa que una de ellas era de mármol para que no fuera «quemada por ningún fuego» y la otra de ladrillo, «para que no fuera anegada por ninguna agua». También aquí se dice que Hermes, Padre de la Sabiduría, anteriormente llamado Hermarines, halló una de las dos columnas(10). En el manuscrito Dumfries (1710 aprox.) volvemos a encontrar el mismo tema, que sin duda pertenece a la masonería operativa medieval.

La masonería noaquita

Nos referimos a continuación a los rituales noaquitas, de origen medieval, donde los protagonistas son Noé, sus hijos Sem, Cam y Jafet, el Arca, el diluvio, el monte Ararat, la paloma y cierta piedra mística, entre otros elementos. Muchos de ellos se conservan actualmente en los grados 13° y 21° del rito escocés y también en el Royal Arch inglés. En los trabajos de este último no figuran las Escrituras porque en la época de Noé -se afirma- éstas aún no existían, aunque se lee el libro de Isaías.

En el grado 21° del escocismo la palabra de paso es Faleg que en hebreo significa división y se pronuncia tres veces en tono lúgubre. La palabra sagrada es triple: Sem, Car y Jafet;(11) los trabajos se llevan a cabo en luna llena y su luz es la única que debe iluminar la logia, por medio de una única ventana, a imagen de la que Dios hace abrir a Noé en el Arca.

Las Escrituras enseñan que cuando nace Noé, su padre Lamec dice de él: «Este nos procurará el descanso» (Gén. V, 29). El Midrash Rabbá comenta este pasaje como sigue: «…cuando pecó el hombre, (…) el buey y el asno no obedecían al campesino y el surco tampoco. Cuando se levantó Noé descansaron». Y en Exodo XXIII, 12, se dice: «durante seis días harás tu trabajo y el séptimo descansarás, a fin de que tu buey y tu asno tengan descanso…» Por su parte, el Zohar (1, 58b) dice que Noé es el anagrama de Gracia. Así pues, no hay bendición sin descanso, lo cual está, además estrechamente unido al misterio de la Natividad.12

En cuanto al Arca, imagen del atanor entre los alquimistas, también significa cofre, caja y palabra escrita. En un comentario sobre el Arca contenido en el Zohar (1, 59b) se dice que «para salvar el mundo, Noé ha debido encerrarse en una arca aquí abajo, de igual manera que ocurre en el misterio de allá arriba». Continúa el texto afirmando que «Noé fue un hombre justo; pues era la imagen de Aquel que es arriba, que también es llamado el ‘Justo’, del que la Escritura dice:

Y el Justo es la base del mundo. Se le denomina así porque es la columna sobre la que se sostiene el mundo. Esa columna es llamada el ‘Justo’; Noé también es llamado “el justd de aquí abajo”.

Noé, que nació circunciso, se salva -continúa el Zohar- porque ha estado escondido, a cubierto. Y gracias a su invisibilidad durante el diluvio, «Elohim no se acordó de Noé, porque los bienes que el hombre esconde a ojos del mundo son colmados de bendiciones celestes, pues todo lugar descubierto es accesible al demonio» (1, 64b).

El escocismo. La masonería caballeresca

Nos referiremos finalmente al grado 18° del escocismo, llamado Soberano Príncipe Rosa-Cruz o también del Águila y del Pelícano. Dicho grado, en el que culmina la masonería capitular o roja, contiene algunos elementos básicos de la cábala, como la búsqueda de la Palabra Perdida, cuya mitad el hombre arrastró en su calda.13 La cámara para trabajar en este grado, en la versión del Rito de Kilvuining -uno de los más antiguos-, cuenta, entre otros elementos, con una piedra cúbica, sobre la cual se deposita

una rosa marchita; una estrella flamígera con un buey a la izquierda y un asno a la derecha, los dos con la cabeza vuelta hacia dicha estrella. La primera palabra de paso es Immanuel “Dios en nosotros”, y la segunda, Zorobabel, que el Tuileur de Villaume traduce por “dispersio confusiones”. Zorobabel es el rey de Israel.

La palabra particular es I.N.R.I. o bien (yod, mem, yod); la palabra general es Rafadόn, derivada de Rafidim. Este vocablo proviene del verbo rafá, curar, socorrer, reparar, restablecer. Rafidim es el lugar donde acamparon los israelitas en su huida de Egipto, en el que Moisés hizo manar agua de la roca (Exodo XVII, 1-7).

También se emplean otras palabras hebreas, como Salqtiel, Moabnn, Hiram y Jehovch (14).

En la dramatización del ritual (con algunas variantes según los diferentes sistemas) los caballeros se lamentan de que el Templo ha sido destruido. Posteriormente, llegan a un lugar desierto, desolado y oscuro, en busca de la Palabra perdida. Desean una nueva patria, (15) pasan por las tres virtudes teologales (fe, esperanza y caridad, que también desempeñan un papel muy importante en el ritual), recorren los cuatro puntos cardinales y se despojan de toda impureza hasta que, abatidos y desanimados, en medio del aniquilamiento, la agonía y la muerte, escuchan una “voz misteriosa” en lo «más hondo de sus corazones”. La ceremonia termina con la divisa de la Compañía de Jesús, «A mayor gloría de Dios» (16).

En un ritual francés de 1887 se dice que, una vez restituida la Palabra perdida, el hombre recobra «los derechos de su primitivo origen y la naturaleza se yergue… Vemos pues, que la presencia de la tradición cabalística hebrea en la masonería es tan evidente como importante. Nos parece fuera de duda que los primeros creadores de las doctrinas y rituales eran poseedores de un auténtico saber tradicional y en modo alguno estaban guiados por caprichos innovadores u opiniones personales.

Asimismo, podemos afirmar que los llamados trabajos de ritual no consistían en una simple transmisión formal, sino que consistía el soporte de otra cosa. Conocemos la importancia de las palabras en masonería, pero cuando entendemos que, en realidad, esas palabras son nombres -como afirma J. F. Var-(17) entonces empezamos a vislumbrar el hecho de que los masones de tradición hacían algo muy importante en sus rituales y se transmitían una cosa relacionada con nombres.

Los epígonos

Con el advenimiento de la contemporaneidad y la subsiguiente destrucción progresiva y sistemática de todos los valores y las estructuras tradicionales, también la masonería sufrió sus consecuencias, cuando no fueron los propios masones (dirigentes de la orden en España, Italia, Bélgica o Francia, modelo de todos ellos) quienes ocuparon las primeras filas de la profanación. (18).

También entre los judíos europeos penetró el racionalismo materialista de las luces del siglo. A ello contribuyó decididamente la proliferación de anuarios y publicaciones como Haskalá -Ilustración-, continuadora de Ha-Me ‘assef(1785-1797), enfrentados abiertamente a la tradición talmúdica, a la cábala y al pretendido oscurantismo jasidico. Por lo que a la masonería se refiere, lo sorprendente no es que existieran organizaciones iniciáticas en Europa, sino lo que de ellas hicieron, a partir del siglo XVIII, muchos y destacados masones. Más atentos a las sirenas del materialismo, de las revoluciones y después del positivismo, que no de aquella “voz misteriosa” que debían buscar dentro y no fuera de sí mismos, participaron eufóricos en la subversión general, tal vez con la

vana esperanza de que, transformando el mundo se transformarían a sí mismos, de manera que una «sociedad nueva” producirla también un “hombre nuevo”. Así se abrieron las puertas a todas las utopías políticas -versiones múltiples del milenarismo secularizado- y a todos los extravíos de la modernidad antitradicional. Los geómetras se convirtieron en moralistas, los misterios sacros degeneraron en teatro para entretener burgueses, las danzas sagradas en ballet y bailes de salón; los himnos religiosos en canciones y tonadillas de iglesia, el poder mágico en estética y “arte creador”, los mitos sagrados y los libros revelados en literatura y la historia dejó de explicar las relaciones entre lo que es en el cielo y lo que acontece en la tierra.

A lo largo del siglo XIX, una mayoría de masones asistían o tomaban parte con entusiasmo en el penúltimo asalto contra sus propios orígenes. Esa es una historia conocida. Como colofón, la historiografía positivista se dedicó con precisión y esmero a historiarlo todo: historia de la tierra, del hombre -el darvinismo-, de las religiones, de Jesucristo, etc. Historiar la revelación, hacer la crónica de la eternidad era -al menos eso creían- una forma segura (puesto que era científica) de minar la base en que se asentaba el pensamiento religioso y la tradición espiritual de Occidente. Pero no todo ocurrió como los paladines del materialismo esperaban.

1 En latín la palabra viuda expresa igualmente el sentido de vacío y privación. En este sentido, se dice que ni Israel ni Judá son “viudos” porque no están privados de su Dios. Para otras versiones del tema véase J. Boucher, La Symbolique inaconnique, Dervy­Livres, págs. 280-283.

2Εn la versión griega de la II Epístola a Timoteo podemos leer (II, 15): Procura cuidadosamente presentarte ante Dios (…) como obrero (…) que traza bien la Palabra de verdad. Deletrear, grabar, trazar, son términos que la masoneria utiliza para designar lo referido a la escritura y la ciencia de las letras, lo cual está relacionado con la «Palabra perdida» y, según René Guénon, con el arte de la alquimia. Este excepcional erudito de la tradición perteneció a la masoneria. Estuvo afiliado a la logia Thébah, de la Gran Logia de Francia y en 1908 ingresó en la logia parisina «Humanidad», que trabajaba en el Rito Nacional Español (en realidad es de Memphis y Misraim), cuya obediencia -la Gran Logia de España- auspiciaba por entonces dos logias en Barcelona. Véase sobre masonería, sus obras Aperçus sur l’initiation y Etudes sur la Francmaconnerie et le compagnonnage, 2 vols.

3Ver V Magnien, Les Mystéres d’Eleusis, Ed. Payot, París, 1950, pág. 235. Manuel magonnique ou Tuileur des divers rites de maconnerie, París, 1830, reeditado por Dervy-Livres en 1983. Obra anónima de gran interés, en la que se aclaran o corrigen errores que ya por entonces contentan muchos rituales.

(4).The testament of a free macen ou le testament du Chevalier Graaf, comentado por J. P Lasalle en Les sources judéo-chrétiennes du noachisme maconnique, «Travaux de la Loge Nationale de recherches Villard de Honnecourt», núm. 15,1987, págs. 188-192. 5La palabra de compañero (2° grado), es Tzahoraim -mediodía-, y la del 3° grado (maéstrο) es Hakalkallah que, según el ritual, significa laberinto, tal vez porque, en hebreo hakalkalot -añade Lasalle- se refiere a deformar la ley y hay un juego de palabras entre ésta y Ekel, trenzar unα trama. L. Cattiaux (en El Mensaje Reencontrado V, 94­94’) nos habla así de estas dualidades: «La ciencia de Dios se reviste de unα mascara

aterradora a fin de alejar a los hombres pusilánimes. Bajo el hedor de la muerte se oculta el perfume de la rosa».

6Jules Boucher, op. cit., págs. 98-102.

7Sobre el Hejal, dice el Zohar (I 94b) que esta palabra significa «allí está todo»; que es «el más alto de todos los grados» y que es el tabernáculo «quien hace la unión de todo». Véase también LA PUERTA, Simbolismo, 1988,

págs. 75-77.

8Le symbolisme, I, núm. 1, octubre de 1912, pág. 68, L. Cattiaux se refiere a ellas con estas palabras: «Buscamos las dos columnas del Templo y las tenemos ante nuestros ojos y bajo nuestras manos, pero nuestros corazones están oscurecidos…» (El Mensaje Reencontrado XXI, 19).

(9).Existe una traducciόn francesa de este manuscrito, realizada por André Crépin: Les manúscrits Regius et Cooke, «Travaux Villard de Honnecourt», núm. 6, 1983, págs. 92 y 55. En el de Cook se alude repetidamente a Euclides y a Isidoro de Sevilla y sus Etimologías, así como a Hermes y Pitágoras, los cuales -dice el manusrito- encontraron las dos columnas antidiluvianas y «enseñaron las ciencias que en ellas se encontraban escritas». También se dice que los hijos de Israel aprendieron el arte de la masonería – constrυcciόn- en Egipto.

10Mazet, Edmond, Le manuscrit Grand Lodge núm. 1 (1583), Travaux Villard de Honnecourt», núm. 10,1985.

11Tuileur de Vuillaume, pág. 160. Sem se traduce por nombre, Cam, caliente o también, según el Tuileur, negro, tenebroso (niger). Jafet es traducido como bello (pulcher), aunque también se le puede relacionar con hacer espacio, ensanchar (en hebreo), como se indica en Gén. IX, 27. La Vulgata, casi siempre fiel al original hebreo, traduce el fragmento como sigue: Dilatet (ensanche) Deus Iapheth, et habitet in tabernaculis Sem. Los tres nombres pueden interpretarse también como las tres partes de que está compuesto el ser humano.

12Véase al respecto El descanso del buey y del asno, LA PUERTA, núm. 9, 1982-1983, págs. 34-37 y Observaciones sobre el asno fílos6 fíco, LA PUERTA, Simbolismo, 1988, págs 20-24.

13Para la version griega del tema, véase Zeus infernal, LA PUERTA, núm. 21,1985-86, págs. 13-19 y el cuento Riquete del Copete con una introducciόn de E. H., LA PUERTA, núm. 13, 1983-84, págs. 28-50.

(14)Tuileur de Villaume, p. 147.

15Una «nueva patria” (ver Gén. XXXI, 13) debe interpretarse aquí como una nueva filiacίόn, puesto que la etimología de esta palabra no. remite a padre “pater”.

1 όΕn un ritual inglés fechado en 1722 se dice que «los Misterios de la masonería son los mismos de la Religion Cristiana, escondidos bajo emblemas o por medio de alegorías”. Más adelante se asimila la escuadra y el compás al Antiguo y al Nueva Testamento. 17Ver, Jean-Francoís, Ahiman Rezon et la Grande Loge des Anciens, «Travaux Villard de Honnecourt”, núm. 15,1987, pág. 145.

(18). Sobre las sociedades secretas afirma L. Cattiaux:…muchos conocen la tonada, pero pocas tienen la canciόn… En su origen esas sociedades estaban formadas por

Adeptos, que transmitían ritos y símbolos susceptibles de poner a un sucesor sobre el camino…, LA PUERTA, núm. 10,1983, págs. 4-44 y también El Mensaje Reencontrada XXI, 29: Los profanos se han infiltrado en todas partes y ahora mandan en el mundo, en las iglesias y en las sociedades iniciáticas.

Texto publicado en “La Puerta”: “Cábala”, Obelisco, Barcelona, 1989.

– Artículo*: Zurraquín –

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La Vía Láctea de verano a invierno | Imagen astronomía diaria – Observatorio

Esta panorámica de una noche de otoño, captada cerca de la medianoche local desde los Altos Fagnes, en el Parque Natural Eifel, en la frontera entre Bélgica y Alemania, sigue el arco de la Vía Láctea que atraviesa el horizonte norte. Desplazando la mirada por las zonas húmedas de oeste a este (de izquierda a derecha) se pueden ver las estrellas más notables del verano del norte que dan paso a las que pronto dominarán las noches de invierno. Mientras se pone, Marte es el más brillante en el extremo izquierdo, y aún resplandece contra las luces casi abrumadoras de la ciudad que hay en el horizonte suroeste. Las brillantes estrellas Altair, Deneb y Vega forman el Triángulo de Verano del norte, a caballo de la Vía Láctea (a la izquierda del centro). Capella y Aldebaran, parte del Hexágono de invierno, así como el magnífico cúmulo estelar de las Pléyades, resplandecen en el firmamento noreste. La línea de visión a lo largo del paseo marítimo lleva casi directamente al Carro Grande, un asterismo visible durante todas las estaciones sobre estas latitudes norte. El polo norte celeste se encuentra casi centrado por encima. Andrómeda, la otra gran galaxia de esta panorámica, se encuentra cerca de la parte superior de la imagen.

– Artículo*: Alex Dantart –

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El NICE señala la importancia del apoyo psicológico en los casos de cáncer de mama

El Instituto Nacional de Salud y Excelencia Clínica (National Institute for Health and Care Excellence, NICE) ha elaborado la guía para el manejo del cáncer de mama temprano y localmente avanzado (Early and locally advanced breast cancer: diagnosis and management: NG101) (…)

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Recursos online disponibles sobre jóvenes y salud mental

Como ya saben nuestros lectores, el tema elegido para el Día de la Salud Mental 2018 son los jóvenes y la salud mental en un mundo en transformación. En esta línea, la Sociedad Británica de Psicología (BPS-British Psycological Society) ha alertado de la existencia de “una crisis sin precedentes en la salud mental de los jóvenes de hoy”, lamentando que más de la mitad de niños y adolescentes (…)

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